Notizie Nel Mondo - Notizie, affari, cultura Blog Politics la Camera approva con 227 sì. Proteste e bagarre in aula
Politics

la Camera approva con 227 sì. Proteste e bagarre in aula


Battimani e tutti in piedi a destra, cartelli e proteste a sinistra: «Legge truffa», «No all’imbroglio». L’epilogo parlamentare dello Stabilicum, la nuova legge elettorale plasmata dal centrodestra (le opposizioni preferiscono chiamarla Melonellum) va in scena alle 12,37 in un’aula strapiena. Quando i numeri sul tabellone di Montecitorio decretano vincitori e vinti: 227 sì, 164 no. La maggioranza tiene, Fratelli d’Italia porta a casa il risultato. «Ciao ciao!», mimano con le mani dai loro scranni i fedelissimi della premier Francesco Filini e Sara Kelany in direzione del Pd. Mentre un altro meloniano di ferro come Giovanni Donzelli esulta: «L’Italia entra nella Terza repubblica».

Stavolta niente sorprese né inciampi per la maggioranza, dal voto segreto: archiviato il patatrac sulle preferenze dello scorso luglio, capitolo che il centrodestra era stato poi costretto a correggere al Senato. Incidente evitato, se mai ci fosse stato il rischio, anche grazie all’opera silenziosa ma solerte delle «vedette» (almeno una decina, si mormora) che prima del voto fanno a cambio di posto e si piazzano nella gradinata più in alto, per verificare la fedeltà alle disposizioni di partito. Un serrate i ranghi che assicura il risultato. E così Giorgia Meloni passa all’incasso. «Ora gli italiani potranno scegliere tutto», rivendica la presidente del Consiglio: «Partito, coalizione, programma, candidato premier e parlamentari», visto che con la nuova legge torna il voto di preferenza «che mancava da oltre trent’anni». Postilla al veleno: «A chi sperava di vedere il centrodestra diviso rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati. Avanti così».

Vedette e foglietti

Titoli di coda di una giornata il cui esito in molti avevano già previsto, per quanto nel segreto dell’urna chissà. E così ecco che tra i banchi della maggioranza si moltiplicano gli stratagemmi. Non solo le vedette (inutile additare Donzelli seduto in alto: «È indifferente dove mi siedo, tanto non ci vedo…»), ma anche il voto con un unico dito, per non inserire tutta la mano nell’incavo della pulsantiera e far vedere quale tasto si preme. Oppure con foglietti di carta appallottolati.

Tutti convocati, ça va sans dire (presenze a quota 391 su 400, un record), ministri e sottosegretari al gran completo con l’eccezione dei leghisti, Meloni e Giorgetti assenti giustificati. Alla fine il pallottoliere parla di almeno otto franchi tiratori: tanti sono stati i voti in più incassati dai «no» rispetto agli scrutini precedenti. FdI instilla il sospetto che qualche «sì» sia arrivato pure da sinistra: «Questa legge è così apprezzata che anche parte dell’opposizione l’ha votata», gigioneggia in Transatlantico il meloniano Galeazzo Bignami. Ribatte a muso duro il dem Federico Fornaro: altro che opposizioni, alla maggioranza mancavano almeno dieci voti.

Calcoli che in ogni caso non bastano a guastare la festa, a destra. Mentre i progressisti confidano nell’intervento della Consulta: i ricorsi arriveranno a pioggia. Con le opposizioni che sperano in una pronuncia già a febbraio, o comunque prima delle prossime Politiche, per smontare in tutto o in parte un testo «incostituzionale». Una vera e propria «legge truffa», recitano i cartelli sventolati dopo il voto da Pd, M5S e Avs, e gli interventi dei leader in aula sono tutti i questo tenore.

Comincia Giuseppe Conte: «Manca solo che indichiate che il premio di maggioranza va a una leader con gli occhi chiari», alza i decibel il capo 5S. Colpa di quel «pallino per la capocrazia», quella «sottile ma persistente nostalgia del Ventennio», arringa Conte che punta il dito contro Meloni, la «leader donna che sbarra la strada alle altre donne». Poi sventola una serie formato A4, la prima con il pentastellato Scarpinato (finito nel mirino di FdI) insieme a Falcone e Borsellino, le altre con la meloniana Chiara Colosimo insieme a Luigi Ciavardini e Andrea Delmastro con Mauro Caroccia. «Noi sappiamo da che parte stare», grida l’avvocato. Gli risponderà Donzelli dopo: «Anche nei dipinti dell’Ultima cena Giuda è accanto a Gesù». Tocca a Elly Schlein, influenzata ma combattiva: «Capisco l’imbarazzo — esordisce rivolta al centrodestra — perché vi fanno votare la stessa norma che avete affossato a luglio». Contesta «l’antipasto di premierato», la leader dem, i «tre voti di fiducia», si rivolge alle donne in maggioranza («Ribellatevi!») e suggerisce alla premier un cambio di slogan: «Prima le poltrone». Infine chiosa: «Meloni cambia le regole del gioco prima del voto», e allora «cambiatevela da soli. Noi — scandisce — vinceremo comunque».

Si infiamma, l’aula, quando il leghista Barabotti immagina un governo di centrosinistra con «Schlein ministro della cultura, così facciamo del gay pride una festa nazionale, e Vladimir Luxuria a fare lezione nelle scuole». Segue boato di protesta: «Buuuu!». L’orologio segna le 12,14 e in aula fa il suo ingresso Marta Fascina, l’ultima compagna di Berlusconi scortata da Tullio Ferrante. Intanto tra gli scranni spicca Elena Bonetti di Azione, di rosso vestita contro «la violenza degli uomini che usano il potere per far fuori le donne» con l’addio alla parità di genere. È il tasto su cui battono e ribattono le opposizioni, insieme al premio «abnorme» e al numero di firme «spropositato» da presentare per correre contro cui Riccardo Magi ieri era al settimo giorno di sciopero della fame: «Sognavate la madre di tutte le riforme, questa è la madre di tutte le menzogne», affonda il segretario di +Europa. E se Angelo Bonelli si dice certo che dopo la «guerra dei Roses» interna alla maggioranza Meloni in caso di pareggio stringerà l’accordo con Vannacci, la «sporca dozzina» del generale non disdegna: «Senza di noi non vincete, è arrivato il momento di un’interlocuzione seria», lancia l’amo Edoardo Ziello. Con Futuro Nazionale che però sullo Stabilicum vota contro. Ed ecco che il ministro di FdI Francesco Lollobrigida sbatte la porta: «Non abbiamo bisogno di chi ci vuole mandare a casa tutti i giorni». Non saranno i vannacciani, a disturbare la festa del centrodestra.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti e retroscena del panorama politico
Iscriviti e ricevi le notizie via email

Exit mobile version