Aumenta l’ammontare di titoli di Stato italiani in pancia alle banche. In dodici mesi il conto dei Btp di istituti di credito e fondi è salito da 389,1 miliardi a 417,2 miliardi di euro. Un segnale della fiducia verso un’economia che, come sottolineato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si è dimostrata forte e capace di tenere anche nei momenti turbolenti come i mesi caldi del conflitto in Iran. Lo dimostra l’andamento dello spread termometro della salute dei conti pubblici di un Paese e dell’atteggiamento dei mercati. E poi c’è la crescita del pil che va oltre le attese del governo stesso.
LA DICHIARAZIONE
«La stabilità che questo governo ha assicurato ha permesso all’Italia di affrontare con maggior sicurezza quella che è la più difficile congiuntura degli ultimi decenni», ha spiegato la premier in una intervista a Milano Finanza, «i dati dei primi trimestri 2026 sono incoraggianti, con una crescita dell’1% rispetto ad aprile-giugno 2025 e una progressione acquisita per il 2026 dell’0,8%». A metà anno quindi è già stato superato di due decimali l’obiettivo fissato nei documenti di finanza pubblica. E ieri Eurostat ha certificato il +0,2% del secondo trimestre, che si aggiunge al +0,3% del primo.
Altro fattore «confortante» è la crescita del pil pro-capite e del reddito pro-capite come rilevato da tempo dal Messaggero con “i Numeri veri”.
«Il pil pro-capite è cresciuto rispetto al 2022 di quasi 4.500 euro. Per fare un confronto pre-Covid dal 2016 al 2019 l’aumento era stato di circa 1.850 euro», ha sottolineato Meloni.
In questo quadro le banche e le istituzioni finanziarie hanno contribuito a finanziare il Paese. I dati sono maggio su maggio, l’ultimo mese rilevato dalle statistiche diffuse ieri dalla Banca d’Italia sul fabbisogno e sul debito. Gli istituti di credito, che nelle tabelle di via Nazionale rientrano sotto la dicitura “Altre istituzioni finanziarie monetarie residenti”, continuano quindi un trend iniziato già da tempo e che neppure l’allargarsi dello spread tra Btp e Bund dopo lo scoppio del conflitto nel Golfo Persico e le tensioni sul prezzi di petrolio e carburanti hanno frenato.
D’altronde il differenziale con il decennale tedesco, che prima del conflitto ha toccato i minimi dal fallimento di Lehman Brothers nel 2008, si mantiene sotto gli 80 punti base e ieri ha chiuso in rialzo a 78. «Quando ci siamo insediati i titoli di Stato erano a un passo dall’essere declassati a livello spazzatura e lo spread era a 240 punti, tre volte più alto dei valori attuali. Oggi il quadro è molto diverso.
L’economia italiana sta tenendo bene», ha aggiunto. Sul fronte del sistema bancario, Meloni rivendica il risanamento del Monte dei Paschi di Siena, e sulle operazioni di mercato ha ribadito la neutralità del governo.
A giugno, secondo i dati di Bankitalia, il debito pubblico in valori assoluti, ha superato quota 3.200 miliardi. Dalle indicazioni fornite da Via Nazionale emerge anche come Bankitalia abbia alleggerito la propria quota, scesa sempre a giugno al 16,7% del totale dal 17,2% del mese precedente. Ed è proprio sul mese di maggio che i tecnici di Palazzo Koch danno le informazioni più aggiornate su chi ha in portafoglio il debito pubblico nazionale. Ad aumentare, oltre alla quota degli istituti di credito, che si colloca attorno al 20% è la percentuale in mano agli investitori internazionali. La fetta in mano ai “non residenti” è infatti salita di due decimali dal 35,7% al 35,9%. Cala, di contro, il pacchetto che fa capo alle famiglie e alle imprese. Una leggera flessione dello 0,2% dal 14,7% al 14,5% del totale. A giugno tuttavia, il mese successivo all’ultimo dato disponibile, il Tesoro è tornato sul mercato con una versione aggiornata del Btp Italia, in un’edizione dedicata soltanto ai piccoli risparmiatori e al mercato retail, senza quindi l’ultima giornata dedicata a fondi e banche, e ha raccolto oltre 8,8 miliardi di euro.
LE PROCEDURA
Via Nazionale offre anche uno spaccato sull’andamento delle entrate. A giugno si registra una diminuzione rispetto al 2025: nel bilancio dello Stato sono stati contabilizzati 43,2 miliardi (0,6 miliardi in meno, -1,3%). Nel complesso dei primi sei mesi, tuttavia, le entrate tributarie sono state pari a 261,0 miliardi, in aumento dell’1,4% (3,6 miliardi) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Lo sguardo è ora rivolto a settembre, quando Eurostat darà l’ultimo giudizio sul deficit 2025. Per adesso l’Italia è al 3,1%, un decimale sopra i limiti delle regole di bilancio Ue. Ma se la correzione dovesse portare il dato sul disavanzo sotto questa asticella allora il Paese potrebbe uscire in anticipo dalla procedura europea per deficit eccessivo.
«È un obiettivo alla nostra portata», ha spiegato Meloni. Uscire dalla procedura significherebbe poter affrontare le misure della prossima manovra con un margine più ampio, a partire dal nuovo taglio dell’Irpef fino a 60.000 euro. Parte di un pacchetto di proposte che include anche la conferma della detassazione sugli aumenti e risorse per Sanità e infrastrutture. Il Pd attacca la visione di Meloni: «Racconta un’Italia che esiste solo nella sua immaginazione».
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