«Il sistema Italia, messo alla prova, funziona. Dovremmo ricordarcene anche nel quotidiano». Eccola, la lezione che il Giubileo lascia al Paese secondo Alfredo Mantovano, sottosegretario di Palazzo Chigi a capo della cabina di regia che ha coordinato i lavori per l’Anno santo.
Ha detto che il metodo Giubileo andrebbe “brevettato”. Com’è cambiato il modo di procedere delle istituzioni?
«Il metodo Giubileo è un gioco di squadra. Che ha coinvolto un centinaio di soggetti: governo, Comune, Regione, Sovrintendenza e partecipate, fino a oltre la metà dei ministeri. Ruotando su tre pilastri. Il primo: lo Stato, anziché impartire ordini alle altre amministrazioni, le ha coordinate, mettendo in piedi un modello circolare e non lineare. Il secondo elemento è che le riunioni di coordinamento devono risolvere i problemi, non crearli. Si tratta già di una deroga rispetto a quanto avviene di solito».
E il terzo?
«Lo definirei un cambio di passo. Dalla logica della conferenza dei servizi all’amministrazione per obiettivi da raggiungere. Le riunioni frequenti, 18 in due anni, hanno fatto sì che ci fosse una verifica a cadenza regolare dello stato dei lavori, e una definizione in tempo reale delle soluzioni più adeguate per superare gli ostacoli».
Parlava di una logica “circolare” anziché lineare. Che intende?
«Il metodo lineare è quello che mette uno dietro l’altro i vari enti chiamati a risolvere una questione. Basta che si inceppi un passaggio, ad esempio con un ente che dice “non è di mia competenza”, e si blocca tutto. Il sistema circolare, invece, prevede che se uno degli enti coinvolti non assolve un compito o non dà una risposta, è chiamato a farlo al tavolo della riunione successiva, sul momento. La difficoltà più grossa, all’inizio, è stato proprio questo cambio di linguaggio. Ma presto ci si è adattati e non si è perso tempo nel superare gli ostacoli».
Qualche esempio concreto?
«Ne cito due. Durante gli scavi per il sottopasso di piazza Pia è emersa una costruzione di epoca romana. Col metodo ordinario ci si sarebbe fermati, e se andava bene ci saremmo rivisti forse per il Giubileo 2033. Invece la sospensione dei lavori è durata solo dieci giorni: il tempo di capire di cosa si trattava, smontare pezzo pezzo e collocare altrove il manufatto».
L’altro esempio?
«La riqualificazione della vela di Tor Vergata. Era il simbolo del fallimento delle istituzioni, tanto da essere sfruttata come backstage nei film sulla criminalità della Capitale. Ora la trasformazione è tangibile. E lo sarà ancora di più quando tutti gli spazi recuperati saranno pienamente funzionanti».
Un metodo da estendere ad altre opere, dunque?
«La risposta è sì e sta già avvenendo. Penso al recupero di Caivano, o alle altre aree di disagio identificate con quel modello. Ma anche alla bonifica della Terra dei fuochi e all’edilizia penitenziaria. Le competenze per aumentare i posti nel sistema carcerario sono ripartite tra Giustizia, Infrastrutture, struttura commissariale. Da mesi faccio riunioni periodiche tra i vari enti per rimettere in movimento progetti fermi da anni. Come il nuovo padiglione di Rebibbia, il cui iter è partito nel 2012. L’auspicio è che il metodo Giubileo porti in due anni ad avere nelle carceri 11mila posti in più. Ma questa è solo una parte della risposta».
L’altra qual è?
«È auspicabile che questo metodo sia applicato da parte di tutte le amministrazioni. Abbiamo dimostrato che è possibile, che i problemi si risolvono non inviando una Pec o rimpallandosi le competenze, ma parlandosi, vedendosi, cercando di rimuovere gli ostacoli in modo fattivo. Confido che questo cambio di passo possa essere assimilato da tutte le amministrazioni pubbliche, e che non finisca col periodo natalizio».
C’è chi suggerisce che un metodo simile servirebbe per risolvere i molti problemi della sanità.
«Non esiste un problema nella vita della comunità nazionale che abbia un solo livello di soluzione. Le competenze sono sempre ripartite. La sanità chiama in causa Regioni, ministero, Asl e altri enti. Ragionare per obiettivi, senza uno che dà ordini e un altro che segue, può essere parte della soluzione».
Il successo del Giubileo è un segnale di fiducia per il Paese?
«Sì. E questo vale non solo per le opere, ma anche per eventi particolarmente impegnativi che hanno caratterizzato l’anno santo, dal funerale di Papa Francesco all’insediamento di Leone. Giornate che hanno visto affluire a Roma centinaia di migliaia di persone oltre ai capi di Stato e di governo di metà del mondo. E poiché il sistema sicurezza funziona quando nessuno se ne accorge, il fatto che non sia successo niente indica che l’obiettivo è stato raggiunto».
Sembra una lezione da trarre.
«Il sistema Italia, messo alla prova, funziona. Forse dovremmo averne più consapevolezza. E sapere che non basta dimostrare che funziona bene solo nelle grandi occasioni, ma – per usare una metafora – che la tavola è imbandita ogni giorno, e si mangia bene non solo la domenica».
Già al lavoro sul Giubileo 2033?
«Intanto c’è il 2026. In cui celebreremo l’ottavo centenario della morte di San Francesco. Due anni fa il governo ha costituito il comitato guidato da Davide Rondoni, che ha già iniziato a lavorare. Il 22 febbraio, ad esempio, ad Assisi avverrà la prima ostensione pubblica delle spoglie del santo, con la complessa organizzazione che ne consegue. Poi, per tempo, lavoreremo anche sul 2033».
Ha parlato di un legame tra la chiusura del Giubileo e la tragedia di Crans-Montana.
«La sostanza dell’anno santo non sono tanto le opere che permettono di fruirlo, quanto guardare alle domande essenziali dell’uomo. Il senso della vita e della sofferenza, l’abisso che si apre quando perdi un figlio di sedici anni. Il rientro in Italia delle salme dei sei ragazzi morti nel rogo si affianca, nella nostra mente, alle immagini delle centinaia di migliaia di giovani che tra luglio e agosto hanno popolato le strade di Roma, cercando di rispondere a quelle stesse domande. Le istituzioni sono chiamate a creare le condizioni perché ci siano spazi e luoghi in cui farlo».
La riforma della Corte dei Conti faciliterà l’applicazione del metodo Giubileo?
«Credo di sì. Aver portato il baricentro della verifica contabile dalla parte del controllo iniziale anziché su quella della sanzione fa risparmiare tempo. Un sistema che funziona non è quello che si compiace nell’irrogare sanzioni, ma che guadagna in efficacia se evita la necessità di sanzioni attraverso comportamenti virtuosi, indirizzati da un controllo preventivo».
Ci sono state discussioni accese, nella cabina di regia?
«Non ci sono mai state liti a livello politico. C’è stata invece un po’ di dialettica tra la politica e la parte burocratatico-amministrativa, soprattutto in fase iniziale. Ma ben presto si è andati avanti spediti».
Vista la concordia col Campidoglio di Gualtieri, c’è chi maliziosamente ipotizza che al governo non dispiacerebbe se fosse rieletto sindaco nel 2027…
«Valutazioni di questo tipo non mi competono. Le differenze di schieramento restano. Il Giubileo però ha dimostrato che quando si condividono degli obiettivi, chi rappresenta le istituzioni può farli prevalere anche rispetto al proprio orientamento o alle proprie ragioni di convenienza. Il futuro di Roma, in ogni caso, è nelle mani degli elettori».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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