Si sta ricomponendo almeno da parte italiana la rottura con Trump, perché è chiaro l’Occidente non può permettersi il lusso di stare diviso in una fase della storia così difficile. Però gli attacchi che ci vengono rivolti da Oltreoceano, e che secondo le previsioni non finiranno, raccontano un aspetto della contemporaneità, di cui il trumpismo è purtroppo uno specchio.
Prima la politica internazionale era regolata da una rigida grammatica del rispetto e della formalità e della misura nel linguaggio. Ora invece il presidente americano cerca di imporre la propria forza attraverso la svalutazione verbale dell’altro che può essere la premier italiana così come qualsiasi altro statista europeo.
Il dispetto
Scatenarsi contro Meloni non è soltanto una ripetuta caduta di stile. È un colpo alla dignità delle istituzioni che quella persona rappresenta e un offesa al popolo che ha scelto quella persona in libere elezioni. C’è un dispetto alla nostra sovranità popolare nelle parole che arrivano dal commander in chief della Casa Bianca.
Con Trump occorre convivere e non è il caso di scatenare guerre diplomatiche, come ha ben compreso il governo italiano dopo un primo momento di reazione dura, ma è chiaro alle nostre istituzioni che il presidente americano sta trasformando la diplomazia in uno spettacolo di personalismi e in un gioco contundente. Non si capisce Trump che cosa possa guadagnare, se non un surplus di impopolarità internazionale, pronunciando le sue battute scorrette e mettendosi in una postura di scontro rispetto a un Paese, il nostro, tutt’altro che ostile agli Stati Uniti.
E che anzi è forse quello che meglio comprende, che non significa assecondare, il momento americano.
La credibilità
La prudenza del linguaggio non è un vezzo formale, ma il pilastro fondamentale della credibilità politica. Fior di linguisti paragonano il linguaggio di Trump a quello di un ragazzino di 9 o 10 anni con un livello medio di alfabetizzazione sia per la struttura delle frasi, sia per il lessico, sia per la non completa padronanza della grammatica quando si va oltre la semplice costruzione soggetto-verbo-complemento.
Parlare come Trump parla di Meloni e di altri leader europei toglie carisma alla politica. Allontana sempre di più il titolare della Casa Bianca dalla figura del leader carismatico e professionale delineata da Max Weber. Le parole anti-italiane di The Donald — di cui egli non si pente affatto e che potrebbero ripetersi anche a breve, a meno che non abbia effetto la strategia della de-escalation verbale opportunamente avviata da Roma — non solo rischiano di mettere in crisi un’alleanza naturale, ma fanno di peggio.
Generano il dubbio che il gigante d’Oltreoceano abbia un deficit di professionalità (e riecco Weber) in una fase mondiale talmente complicata che richiederebbe dosi massicce ed eccezionali di finezza, di sapienza e di prudenza. E non un’aggressività continuamente ribadita.
Fare coesione
Offendere Meloni, che ha deciso giustamente di non voler più replicare, non va insomma ridotto a un fatto personale. E non significa soltanto calpestare senza motivo la dignità di una leader e del suo Paese. Vuol dire non rendersi conto di come il linguaggio distensivo e la capacità di fare coesione, e non divisione, siano oggi gli strumenti utili a pacificare il mondo e a costruire un nuovo ordine che si basi anzitutto sul rispetto interpersonale tra gli statisti, senza il quale l’unità tra le nazioni dell’Occidente non si crea e di questa unità hanno bisogno tutti. Sia l’Europa sia gli Stati Uniti, i quali senza i partner di sempre finiscono per ritrovarsi più isolati e più deboli.
Più di un’ingiuria
È dunque più di una sgrammaticatura e di un’ingiuria quella rivolta da Trump (ma speriamo anche basta). Si tratta di una dimostrazione grave di inconsapevolezza storica.
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