ROMA Il leghista Igor Iezzi, tra i primi ad arrivare in commissione Affari costituzionali, risponde ironico a chi gli chiede il motivo della sconvocazione della seduta sulla riforma di Roma Capitale: «Non guardate noi, non c’entriamo nulla». E, in effetti, basta sostare di fronte alla porta dell’ufficio del presidente di commissione, l’azzurro Nazario Pagano, per rendersi conto del tamtam in corso: prima una riunione con la dem Simona Bonafé e il capogruppo FI, Paolo Barelli; poi una “punto” di maggioranza, a cui — oltre a Pagano e Barelli — si aggiunge anche il meloniano Alessandro Urzì. Oggetto del confronto una richiesta targata Pd: rinviare l’avvio delle votazioni alla prossima settimana. Una mossa che, nella logica del domino parlamentare, se ne sarebbe portata dietro un’altra: l’impossibilità di garantire l’approdo in Aula del testo il 9 marzo. Giusto in tempo per scongiurare spaccature all’interno del campo progressista alla vigilia del voto referendario.
Il verdetto
La richiesta dei dem viene accettata solo a metà: il presidente Pagano annulla la seduta in programma per correttezza istituzionale, ma lascia che sia l’ufficio di presidenza a decidere compiutamente sul da farsi. Il verdetto si sostanzia in un “gran rifiuto”. Lo motiva a margine lo stesso Urzì ricordando che il tempo per l’approfondimento è stato concesso (e a questo si sommano ulteriori ventiquattr’ore) e che sull’ultimo emendamento presentato dal governo — frutto dell’intesa con il Campidoglio — non è stata presentata alcuna richiesta di ritocco sotto forma di sub-emendamento. Quindi, aggiunge: «Non possiamo rimproverarci nulla». A gettare acqua sul fuoco è anche Pagano, augurandosi «che su una riforma costituzionale come quella che riguarda Roma Capitale si possa registrare una ampia convergenza, coinvolgendo anche le forze di opposizione e in modo particolare il Partito Democratico che esprime attualmente il sindaco della città». Perché questo di Roma dovrebbe essere un tema capace di unire, non dividere e su cui «lavorare insieme, superando le appartenenze».
I distingui
Ma è chiaro che la scelta di non differire l’approdo in Assemblea porterà inevitabilmente a fotografare le divisioni interne al campo largo: tra il Pd, dalla parte della riforma come il centrodestra, e M5S e Avs critici, almeno fino ad oggi. Non una novità: i partiti di Conte e di Bonelli-Fratoianni non hanno mai nascosto i propri dubbi sulla scelta di aver voluto attribuire nuovi poteri alla Capitale tramite una modifica della Costituzione, e non attraverso una legge ordinaria. Un orientamento che i dem, però, speravano di smussare soprattutto dopo l’intesa raggiunta sull’emendamento che garantirà ai Comuni capoluogo di città metropolitane di vedersi attribuite ulteriori funzioni amministrative. E invece no: sia gli uni, che gli altri rimarrebbero contrari.
Lo spostamento delle votazioni in commissione, quindi, è diventato l’ultima spiaggia dopo varie ipotesi passate al vaglio, tra cui l’idea iniziale di spostare solo il voto in Aula preservando i tempi di esame in Affari costituzionali. La richiesta avanzata a Pagano, invece, avrebbe fatto sì che il testo approdasse a Montecitorio solo il 24 marzo, a urne chiuse. Mettendo al riparo il campo largo da possibili fratture prima del voto sul referendum della giustizia. Fratture che ora rischiano di farsi più concreti. Intanto da oggi, dopo una serie infinita di stop and go, prendono il via ufficialmente le votazioni. E il dem Roberto Morassut si affida al famoso oracolo ambiguo attribuito alla Sibilla Cumana: «Ibis redibis non morieris in bello», interpretabile in modo positivo o negativo in base a un semplice spostamento di virgole. Bisognerà attendere, quindi, per capire se pure il Pd “andrà, tornerà, e non morirà in guerra”.
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