ROMA Eppur si muove. Anche se adagio e a fatica. Scavallate le regionali d’autunno, la legge elettorale torna prepotentemente in scena, protagonista nei conciliabili tra Camera e Senato, grattacapo nelle segreterie di partito. C’è chi nega abboccamenti tra i piani alti di governo e opposizione, vale a dire tra Giorgia Meloni e Elly Schlein o giù di lì. Ma che nei corridoi dei Palazzi romani il grande suk sia cominciato nessuno lo nega, anche se per sedersi ufficialmente al tavolo a scrivere le nuove regole del gioco toccherà attendere il via libera alla legge di bilancio. Tanto più, viene fatto notare in ambienti di Fdi, che la Lega nell’immediato potrebbe alzare la posta, ringalluzzita dal risultato elettorale messo a segno in Veneto. «Meglio non aprire due fronti contemporaneamente – osservano da via della Scrofa – perché sulla manovra Salvini gioca già la sua partita, tra pace fiscale, affitti brevi e canone Rai». Il confronto tra i leader, quello definitivo o così si spera, dovrebbe arrivare tra oggi e domani, poi la palla tornerà al Parlamento. Aprire un altro fronte nell’immediato sarebbe troppo, anche se sotto banco il cantiere della legge elettorale scalda i motori da un pezzo. Tanto più che c’è una deadline con cui Meloni e alleati sono chiamati a fare i conti: entro dicembre dovrebbe arrivare la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sul ricorso di Mario Staderini.
LA REGOLA DELL’ANNO
L’ex segretario dei Radicali italiani si è appellato a Strasburgo per puntellare il cosiddetto “principio dell’anno”, l’assunto per cui le regole del gioco elettorale non dovrebbero essere modificate nei 365 giorni che precedono le elezioni. E se le urne, come da attese, verranno chiamate al voto a marzo 2027 anticipando di sei mesi la scadenza naturale della legislatura, ecco che il Parlamento ha davanti una manciata di mesi appena per mandare in pensione il Rosatellum. A maggior ragione se la Cedu dovesse andar per le lunghe, pronunciandosi a cantiere elettorale aperto ma fuori tempo massimo per consentire agli addetti ai lavori di correre ai ripari. Risultato? Si tornerebbe alla casella di partenza, nel segno dell’odiato Rosatellum.
C’è poi un’altra convinzione che rimbalza tra governo e opposizione, confermata dai piani alti di via della Scrofa. Il Presidente Sergio Mattarella non sarebbe favorevole a modifiche in zona Cesarini, a urne vicine. Una convinzione dettata dalla volontà di salvaguardare al meglio la rappresentanza. Evitando che la maggioranza, qualsiasi essa sia, si cucia addosso il vestito migliore.
Ma cambiare il sistema di voto è impresa ardua e la storia insegna. Nei resoconti della seduta al Senato sulla “legge truffa”, la riforma voluta da Alcide De Gasperi nel ‘53 e approvata a fatica tra tumulti in aula e di piazza, si legge: «L’onorevole Ruini è stato ferito alla testa da una tavoletta lanciatagli dai settori dell’estrema sinistra». Dunque una storia iniziata col botto. Anzi, col sangue. E portare a casa una riforma in tempi strettissimi è un ostacolo in più, anche se da Fdi non escludono di andare avanti a colpi di maggioranza se l’opposizione farà muro. «Attenzione — osserva Riccardo Magi di Più Europa, che di leggi elettorali è un cultore — in Parlamento il voto sulla riforma elettorale è segreto, il fuoco amico dietro l’angolo. Vale per tutti, “Meloncellum” compreso».
Anche perché il centrodestra è mosso da desiderata diversi. Il modello a cui guarda è quello delle regionali, una legge proporzionale pura con una soglia di sbarramento del 3%. Ma con un mega premio di maggioranza che garantirebbe alla coalizione che riesce a raggiungere almeno il 40% dei voti il 55% dei seggi, che salirebbero a 60 semmai uno dei due fronti riuscisse a conquistare il 45% degli elettori. Via i collegi uninominali, anche se per garantire i piccoli — si pensi solo a Maurizio Lupi, quarta gamba del governo — andrebbero messe in campo soluzioni alternative: c’è chi pensa a un listino dei leader per blindare il “diritto di tribuna”. Mentre la Lega potrebbe essere compensata al Senato con un premio nazionale su base regionale, vale a dire calibrato sui numeri dei residenti. Ma FdI mira anche all’indicazione sulla scheda del candidato premier della coalizione. Un booster non da poco per via della Scrofa, che punta tutto sul “fattore Giorgia”. Ma che vede spirare venti opposti e contrari in Fi e Lega. E che rischia di far volare stracci nel campo progressista, segnato dall’eterna contesa tra Schlein e Conte. Resta solo da sperare che non finisca come ai tempi di De Gasperi.
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