29.10.2026
12 Street, Rome City, Italy
Politics

I successi sportivi visti dal Quirinale: Pertini populista, Ciampi patriottico


Chissà chi è stato, tra i vari presidenti della Repubblica italiana, quello più tifoso di tutti. Ognuno lo è stato a modo proprio, o non lo è stato per niente: si pensi a Oscar Luigi Scalfaro il quale, di fronte alla passione calcistica dell’odiato Berlusconi, e all’uso politico che di quella passione faceva il Cavaliere tra forza Milan e Forza Italia, quasi si ritraeva inorridito di fronte al pallone. Mattarella è un altro tipo umano e politico. E viene da dire che sia lui, a paragone degli altri inquilini del Colle, il più sportivo di tutti. L’esultanza quasi sbracata di Sandro Pertini al Bernabeu nell’82 a molti apparve, e nel ricordo ancora appare, come un pezzo di teatro. Il presidente partigiano colse il momento sportivo, e da quel momento cambiò anche, populisticamente parlando, lo stile del suo settennato.

Tra sci e pallone

Mattarella ha un’altra indole. Gli manca lo slancio dell’enfasi, ma coltiva il gusto dell’atto sportivo. Bastava vederlo ieri, concentratissimo e sinceramente fiducioso, nella baita ampezzana da cui ha seguito, indossando la giacca a vento della squadra azzurra, la gara di Brignone e la vittoria di Federica. La passione sportiva di Mattarella è molto tecnica, e spazia tra una disciplina e l’altra. Quando ha incontrato la sciatrice Sofia Goggia, le ha parlato di calcio: «Io ho nel cuore una squadra rosanero. Lo sa perché Gasperini nella Roma è bravo? Perché ha giocato nel Palermo». E giù a raccontare alla campionessa che Gasp è stato sì allenatore dei rosanero in epoca Zamparini ma prima, tra la fine degli anni ’70 e gli ’80, «giocò come centrocampista nel Palermo in serie B e se la cavava bene».

Questo Mattarella olimpico che tra Milano e le Tofane si muove come un entusiasta slalomista rischia insomma di surclassare Pertini che pure si fece aiutare, nella creazione del mito mundial, dalla partita a scopone con Bearzot, Zoff e Causio sull’aereo dopo il trionfo di Spagna. Per Pertini, lo sport è stato un modo anche demagogico di stare vicino alle masse. Carlo Azeglio Ciampi ha fatto invece rientrare, con naturalezza e insieme con profonda consapevolezza culturale, lo sport nella rivalutazione della patria e questo ritorno al patriottismo è stato uno degli asset della sua presidenza.

L’inno in campo

È con Ciampi che lo sport diventa esplicitamente un veicolo di educazione civica. Quel presidente rilancia l’Inno di Mameli, lo fa cantare negli stadi, insiste sull’orgoglio nazionale come valore repubblicano, non nazionalista. E purtroppo vide l’Italia perdere, il 2 luglio 2000, la finale degli Europei contro la Francia. Raggiunse comunque gli azzurri negli spogliatoi dello stadio di Rotterdam dopo la partita, li consolò e qualche giorno dopo li nominò Cavalieri della Repubblica.

E Napolitano? Era un uomo totus politicus, i grandi eventi di questo tipo rappresentavano anzitutto occasioni diplomatiche, o comunque ne vedeva molto l’aspetto di politica estera e di peso dell’Italia nel concerto delle nazioni. Unità, disciplina, senso dello Stato. Quando l’Italia vince ai rigori nella finale di Berlino contro la Francia, nel 2006, Napolitano sottolinea come quella squadra rappresenti «l’Italia migliore». Così scrive Giulio Napolitano, il figlio di Giorgio, nel bel libro «Il mondo sulle spalle»: «La partita non era stata trionfale. Fu però felice mio padre di ricevere in tribuna, al fischio finale, i complimenti dell’ospite Angela Merkel e dello sconfitto Jacques Chirac. Subito dopo ci recammo festanti nello spogliatoio ad abbracciare la squadra».

E rieccoci a Mattarella, oggi. Il suo modo di vivere le Olimpiadi sembra tutto teso alla coesione sociale. Ovvero: si vede a occhio nudo quanto la sua passione per i campioni azzurri risponda a un moto di cuore ma anche di testa. Quello per cui i valori dello sport, della condivisione dei Giochi, dello spirito di squadra sono un collante tra le persone e nella comunità, in tempi in cui tutto — sia a livello sociale sia a livello internazionale — pare dominato dalla divisione. Di certo non sentiremo Mattarella gridare «non ci prendono piùùùùùù…» — rivolto agli atleti delle altre squadre, come fece Pertini riguardo ai tedeschi al Bernabeu dopo il gol di Tardelli — ma magari nel suo intimo risuonerà qualche coro da ultrà. Educato, però.


© RIPRODUZIONE RISERVATA


Leave feedback about this

  • Quality
  • Price
  • Service
[an error occurred while processing the directive]