28.10.2026
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Politics

Grazia a Guido Gianni, la mossa del Colle che va incontro (senza smentirsi) al sentire popolare


È scattato subito, in tutti, appena si è saputa la notizia della grazia al gioielliere catanese condannato a 12 anni e 4 mesi per duplice omicidio e tentato omicidio durante una rapina subita nel 2008, il paragone con la vicenda di Mario Roggero: stessa professione di Guido Gianni e stesso destino di condanna — ma a 14 anni e 9 mesi — per una simile vicenda. E tutti ricordano il pressing sul Colle perché fosse concessa la grazia al gioielliere torinese. In realtà i due casi sono diversi nel fatto che la grazia (parziale) a Gianni è stata concessa dopo una detenzione durata 5 anni, e senza che la sua vicenda fosse diventata un’occasione propagandistica. Mentre per Roggero partì una campagna appena la condanna diventò definitiva e prima ancora che il gioielliere finisse in carcere. E fu chiaro che i sostenitori della grazia a Roggero facevano la loro battaglia politica ma questa ben si innestava, solleticandolo con poco scrupolo, su un largo sentimento popolare maccheronicamente traducibile così: chi viene aggredito in casa propria o nel proprio negozio e rischia la vita perché non può difendersi anche sparando ai malviventi? E perché deve continuare l’accanimento giudiziario per chi reagisce e una sorta di perdonismo, con tanto di risarcimenti finanziari in caso di morte, per chi attenta alla sicurezza e ai beni dei cittadini onesti?

Al di là delle estremizzazioni, esiste una cultura diffusa, di tipo minuto e spicciolo magari, non da zone ztl, non appartenente a chi è tuttora e giustamente affezionato al principio secondo cui il monopolio della violenza deve appartenere allo Stato e infatti su questo assunto sono nati nella storia gli Stati moderni, e l’esistenza di questa mentalità un presidente come Mattarella non può non averla presente. E magari questa consapevolezza può avere idealmente influito su Mattarella nel fargli prendere la decisione che ha preso su Gianni. L’attuale presidente della Repubblica, vero nemico del populismo, ha certamente una sensibilità spiccata nel capire gli umori popolari. E può aver colto, proprio grazie a questa sua capacità di interpretare ciò che si muove nella società e ciò che la agita, che il senso di solitudine davanti alla delinquenza che prova larga parte degli italiani — in un contesto che Zygmunt Bauman definiva di «solitudine del cittadino globale» — non dà una percezione di insicurezza, come dicono i sociologi meno acuti, ma produce una reale insicurezza vera e propria.

È una decisione giuridica quella della grazia — e proprio per questo la campagna «impositiva» su Roggero non venne ben accolte sul Colle — e risponde a scelte («La grazia è il lusso dell’indulgenza che non assolve tutto ma guarda l’umano per quel che è: fragile e contraddittorio».) molto ponderate. Per Gianni la clemenza è arrivata come misura umanitaria e riparativa a valle di un percorso penitenziario, mentre per Roggero la richiesta nasceva come immediata e dura battaglia in nome — e qui proprio non ci siamo — della grazia come quarto grado del giudizio. Stavolta, le ragioni per l’atto presidenziale esistono. E il segnale che viene dato forse può valere come una risposta, indiretta, a chi aveva fatto della libertà tutta e subito al gioielliere torinese uno slogan, e non si trattava solo della sua famiglia ma anche della Lega, del vannaccismo e di certe istanze molto social per cui la ribellione violenta del «borghese piccolo piccolo» contro il crimine non è solo giustificabile ma perfino da incentivare.

In ogni caso, con questo decreto, il Quirinale fa capire che la tematica della difesa privata è importante. E non la si può trattare con lo snobismo di chi ha la fortuna e le condizioni di vita che lo mettono più al riparo dal contatto con la criminalità. Va vista invece — nel rispetto assoluto della legge, senza nulla concedere al brutalismo e all’estremismo securitario — come una questione esistente nella nostra comunità.

E alla quale lo Stato ha il compito di rivolgersi con l’estrema attenzione che meritano tutte le paure delle persone.

E se è vero, come diceva il presidente Mariano De Santis, inventato da Paolo Sorrentino nel suo ultimo film, che «la grazia è il lusso dell’indulgenza che non assolve tutto ma guarda l’umano per quel che è: fragile e contraddittorio», anche il decreto su Gianni e sugli altri due carcerati rientra in questa tipologia. Ed è un fatto politico nella misura in cui determina la vita di alcune persone e offre a tutti gli altri motivi per ragionare.


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