07.11.2026
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Giustizia, il caso della sentenza scritta con l’algoritmo. La Corte d’Appello: decide sempre il giudice


«Perfetto. A tua disposizione. Ti costruisco il paragrafo in stile sentenza, coerente con l’impostazione che vuoi adottare e strutturato in modo tecnicamente corretto. Attendi la risposta dalla tua Intelligenza artificiale». Quando gli avvocati di una società condannata in sede civile dal Tribunale di Oristano hanno letto la frase, lasciata per errore dal giudice nella motivazione della sentenza sfavorevole, sono saltati sulla sedia. Perché? Perché era palese che il magistrato si fosse fatto aiutare, o meglio suggerire, proprio dall’IA l’esito della causa.

Il caso della sentenza scritta con l’algoritmo

Seduta stante i legali hanno ricorso in Appello, sostenendo «un evidente abuso», ma i giudici di secondo grado hanno dato loro torto. Perché? Perché, secondo la Corte di Cagliari, «seppure quella frase confermi di per sé l’interazione con una chatbox – cioè tra il giudice di primo grado e l’intelligenza artificiale – da sola quella stessa frase non dimostra che il magistrato giudicante abbia delegato all’algoritmo l’interpretazione della legge, la valutazione delle prove e ancora meno la decisione finale».

LA MOTIVAZIONE

Dunque, stando sempre alla sentenza d’appello, il ruolo dell’IA in questa causa civile sarebbe stato marginale, con la chatbox che si sarebbe limitata a indirizzare il giudice civile di Oristano. Mentre, almeno stando a quanto «è a conoscenza di questa Corte», la «decisione finale, il verdetto, è stata assunta comunque dal magistrato». Visto che, in parole ancora più dirette, almeno per quanto riguarda la magistratura, «l’utilizzo dell’intelligenza artificiale deve continuare a essere considerata come un supporto utilizzabile ma senza che alla stessa IA siano delegate le funzioni che la legge riserva solo al magistrato: cioè la sentenza», o decisione finale che dir si voglia.

Tra l’altro questo stesso principio è ribadito anche dall’articolo 15 di una legge del 2025 che non esclude, sempre per la magistratura, l’utilizzo dell’IA, ma «solo ed esclusivamente nelle attività preparatorie senza però finisca per avere un ruolo concreto nella formazione della decisione». Cioè, ed è questa l’interpretazione più accreditata, le chatbox possono e potranno essere ancora consultate e interrogate dai magistrati, ma come se fossero un «infinito massimario, archivio, delle sentenze».

LA SITUAZIONE

Scritto che i legali di fiducia della società condannata dal giudice civile di Oristano hanno annunciato che ricorreranno in Cassazione e ribadito che ha del clamoroso l’errore commesso dal magistrato di Oristano, l’aver copiato e incollato nella sentenza gran parte del suo dialogo con l’algoritmo, più di un avvocato ha sostenuto: «Se siamo noi a usare l’Intelligenza artificiale scoppiano scandali e polemiche, mentre ai magistrati è permesso seppure con delle evidenti limitazioni».

Due pesi e due misure, insomma. Visto che, com’è accaduto anche di recente, più di un avvocato è stato «pizzicato» e criticato per aver utilizzato in malo modo l’IA, arrivando a citare sentenze e citazioni inesistenti, prodotte da un’IA tutt’altro che onnisciente e autorevole. E infatti, proprio alla luce del caso di Oristano, è intervenuto anche l’Organismo congressuale forense. Ha sollecitato, in un comunicato, come «la diffusione dell’intelligenza artificiale anche nelle giustizia richieda sempre più garanzie condivise, con particolare attenzione alla trasparenza degli algoritmi e alla parità di accesso a qualunque strumento tecnologico utilizzabile».

LE CONSEGUENZE

Ancora più nel dettaglio: «Servono – scrive l’OCF – organismi terzi e indipendenti, capaci di verificare l’utilizzo degli algoritmi senza che mai sia pregiudicato il diritto alla difesa e tanto meno può e dovrà essere messa in discussione il principio fondamentale che la decisione dovrà essere sempre e comunque dell’uomo magistrato». Perché, in conclusione, come sostenuto da diversi giuristi: «Il decisore deve e dovrà essere solo il giudice. Nei processi, sia civili che penali, ci sono in gioco valori supremi, come la libertà personale, l’onore, il patrimonio, e di conseguenza il giudice terzo e imparziale mai e potrà essere influenzato da una macchina». Giusto e infatti il refuso malamente dimenticato dal giudice civile di Oristano finirà per essere memorizzato, catalogato, proprio dall’intelligenza artificiale come una «clamorosa figuraccia».


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