C’è un dato che spiega molto bene il senso di quello che sta succedendo sulle borse mondiali. Apple è tornata di nuovo a essere la prima azienda al mondo per capitalizzazione, superando Nvidia. Gli analisti ci hanno messo un secondo a usare questa immagine: il vecchio mondo della tecnologia, quello che sembrava finito, sepolto dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, ritorna. Perché in questa estate di correzioni continue, i titoli legati ai microchip e all’IA sembra abbiano finito la spinta che li aveva portati a guadagnare miliardi di dollari. Al contrario la Silicon Valley del passato ha tenuto.
La settimana
Wall Street ha chiuso una delle peggiori settimane dell’anno per i titoli dei semiconduttori. Il Philadelphia Semiconductor Index, il paniere dei trenta principali produttori di chip, è sceso fino al 5,7% venerdì, portando il calo dal massimo di fine giugno oltre il 20%, soglia tecnica che segna l’ingresso in un mercato ribassista. L’indice era salito del 105% tra il minimo di marzo e il picco del mese scorso. Marvell, ARM Holdings e Intel hanno perso più del 30% da quel massimo. La startup cinese Moonshot ha presentato Kimi K3, un modello che secondo diversi analisti si avvicina alle prestazioni dei sistemi di OpenAI e Anthropic. La notizia ha fatto crollare i semiconduttori asiatici, con un indice Bloomberg del comparto sceso di oltre il 6%, e ha riportato alla memoria degli investitori lo shock provocato l’anno scorso dall’arrivo di DeepSeek.
Ma tra gli operatori è ritornato un dubbio che accompagna le borse da mesi: quanto ancora le grandi società tecnologiche potranno investire migliaia di miliardi di dollari in infrastrutture per l’IA senza un ritorno concreto. «Penso sia chiaro che la corsa dei prezzi ha superato quella dei fondamentali, anche se i fondamentali restano positivi», ha detto James Abate, a capo delle strategie fondamentali di Horizon Investments, secondo cui l’indice dei chip aveva avuto «una crescita quasi verticale» prima dell’inversione.
Le prossime settimane sono fondamentali. Alphabet pubblica i risultati il 22 luglio, seguita da Microsoft, Amazon e Meta, le società che spendono di più nei data center per l’IA. «Il mercato deve diventare più sereno sul ritorno di questi investimenti, ma quando quella spesa sarà giustificata le aziende dei chip guadagneranno», ha spiegato Muneeb Muzaffar di Bold Wealth Partners.
I produttori di memoria hanno perso ancora di più: Micron ha ceduto il 33% dal massimo, Western Digital e Sandisk oltre il 40%. Samsung è crollata a inizio luglio nonostante un balzo dei profitti trimestrali di 19 volte. Taiwan Semiconductor, il principale fornitore di Nvidia, ha perso più del 7% questa settimana, nonostante abbia alzato le previsioni di spesa e ricavi. Da inizio anno, però, l’indice resta comunque in rialzo del 65%, contro il 9,4% del mercato in generale, e gli analisti restano ottimisti: le stime aggregate indicano un ulteriore rialzo del 34% nei prossimi dodici mesi.
A perdere di più è stata SpaceX. Il titolo di Elon Musk, quotato da appena un mese, è arrivato a perdere il 6,9%, scendendo a 122,12 dollari e portando la capitalizzazione a 1.610 miliardi di dollari, contro i 2.640 miliardi toccati alla chiusura del 16 giugno, per una perdita totale di 1.000 miliardi. Il titolo tratta ora sotto il prezzo di collocamento di 135 dollari, dopo che venerdì SpaceX ha rinviato il lancio del razzo Starship per un problema a un motore. «I lanci falliti restano sempre un rischio insito nella Storia», ha detto Joe Gilbert, gestore di Integrity Asset Management. Gli analisti restano positivi, con un prezzo obiettivo medio di 235,34 dollari, anche se pesa la scadenza dei lock-up.
A New York ha perso valore anche Netflix, dopo l’annuncio di un secondo trimestre consecutivo di rallentamento nella crescita dei ricavi.
Circolano intanto voci su trattative tra Anthropic e Meta per l’acquisto di potenza di calcolo: gli investimenti nell’IA continuano.
Il calo ha coinvolto anche l’Europa. Lo Stoxx Europe 600 ha chiuso in ribasso dello 0,3%, l’indice MSCI World dello 0,8%. Gli investitori hanno comprato yen giapponese e franco svizzero, le valute a cui si guarda quando i mercati scendono, mentre il rendimento del Treasury decennale è rimasto stabile al 4,55%. E poi c’è il petrolio: il ritorno ai bombardamenti tra Stati Uniti e Iran ha spinto il greggio al rialzo del 4%, a 82,11 dollari al barile, e l’oro dell’1%, a 4.016 dollari l’oncia.
L’eccezione
Apple, sola tra i grandi nomi della tecnologia, è salita dello 0,4%, portando la capitalizzazione a 4.900 miliardi di dollari contro i 4.800 di Nvidia, che ha perso il 3,7% in una sola seduta. Cupertino ha guadagnato il 21% dal minimo di giugno ed è il migliore dei Magnificent Seven quest’anno, con un rialzo del 23%. Hanno contribuito l’approvazione cinese per Apple Intelligence e la promozione a buy di HSBC. Per l’analista Nicolas Cote-Colisson, Apple può sfruttare una base di due miliardi e mezzo di dispositivi per rilanciare il suo assistente digitale, mentre resta fuori dal dibattito sulla spesa in conto capitale che grava sui concorrenti.
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