Ha i riccioli come Sinner, seppur castani, ma non ha mai pensato di mollare lo sci, neanche quando a 8 anni Jannik lo batteva in gigante. E adesso, dopo che nel 2025 il Rosso della Val Pusteria ha domato il Tempio verde della racchetta, Giovanni Franzoni ha risposto a distanza al follower Sinner, imponendosi nella discesa di Kitzbuehel, che sta allo sci come Wimbledon al tennis. Un capolavoro lungo un minuto 52 secondi e 31 centesimi firmato a mezzogiorno, ma avviato all’alba aprendo la finestra della camera e ricordando quanto accaduto dodici mesi prima, quando due esordienti, Franzoni e Matteo Franzoso, fremevano per affrontare la Streif.
In estate Giovanni ha perso il fidato compagno, morto in allenamento in Sudamerica. È stato Franzoso dall’alto a guidarlo lungo il pendio più iconico dello sci, una libera bevuta in un unico sorso, suonandole pesantemente ai rivali dal salto dell’Hausberg alla successiva traversa. È li che ha racimolato i sette centesimi che gli hanno consentito di mettersi alle spalle il dominatore del circuito, lo svizzero Marco Odermatt, che ha vinto dappertutto tranne che alle pendici dell’Hahnenkamm.
Al traguardo il rossocrociato si è messo le mani sul casco, incredulo di come il ventiquattrenne che due mesi fa partiva col 50 gli avesse precluso di imporsi su un tracciato a lui indigesto. L’elvetico, consolato da Franzoni sul podio, ha dovuto digerire una realtà inconfutabile: il discesista più veloce in circolazione è il bresciano di Manerba del Garda, un ragazzo che ha lasciato il nido familiare per diventare un professionista della neve.
L’evoluzione
Ha vissuto ad Agordo insieme al fratello gemello Alessandro e studiato allo Ski College del Veneto, maturando sciisticamente a Falcade e riempiendo il curriculum con i Trofei Pinocchio e Topolino, i titoli italiani di categoria e le medaglie ai Mondiali Juniores. Il suo segno distintivo è il cerotto sul naso, il suo tratto unico la generosità che riversa in pista sin da quando sgobbava tra le porte larghe e mai avrebbe pensato di diventare velocista, seppur da Aspirante aveva vinto in libera.
«Sono alto 1 metro e 80 e peso 76 chili, non ho il fisico da velocista», raccontava nel 2019 alla vigilia dell’Eyof di Sarajevo, ignaro che sette anni e dieci chili più tardi sarebbe stato la star della serata di Kitzbuehel, costretto a disfare un bagaglio già chiuso e dormire una notte in più in albergo, perché il party del vincitore è finito tardi.
Ci avevano visto bene i tecnici, affiancandolo a Dominik Paris (ieri settimo e terzo degli azzurri, dopo anche Schieder, quarto) e immaginandolo polivalente.
L’incidente
Franzoni avrebbe potuto esplodere in anticipo – il suo coetaneo Franjo Von Allmen, che Giovanni batteva da bambino, l’anno passato ha già vinto l’oro iridato – ma un incidente nelle reti a Wengen lo ha costretto a un lungo stop. Testa bassa e pedalare, senza mai abbattersi anche quando i risultati non arrivavano.
Tutto si è sbloccato dieci giorni fa sul Lauberhorn: davanti nelle prove, primo in superG, terzo in discesa. L’antipasto della gloria sulla neve tirolese: in testa nelle prove, a vuoto nel superG per stemperare la tensione e migliore in discesa scendendo col due.
Ha sofferto per un’ora all’angolo del leader, ma superato lo scoglio Odermatt solo il francese Muzaton (terzo a 39 centesimi col 29) gli è arrivato vicino. Agli altri ha rifilato distacchi abissali sotto gli occhi di mamma e papà, che da inizio stagione ripetevano: «Basta un buon risultato e Giovanni si sbloccherà». La bottiglia è stata stappata e son schizzate bollicine raffinate.
Il podio in Val Gardena prima di Natale ha preceduto il gennaio glorioso, proiettando la mente sulla discesa olimpica di Bormio. Dove hanno fallito Ghedina e Fill, Paris e Innerhofer, potrebbe esaltarsi Franzoni: riportando in Italia l’oro olimpico della discesa 74 anni dopo Zeno Colò. Non prendete impegni il 7 febbraio, quando in tribuna potrebbe far capolino anche Jannik Sinner. I nati nel 2001 con i capelli ricci si intendono a perfezione.
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