29.10.2026
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Politics

Europa, Italia-Germania e altri 17 per rilanciare l’Unione. Divisioni sugli Eurobond


Nebbia fitta, campi coltivati che si perdono all’orizzonte, un castello seicentesco in mezzo alle Fiandre. Si risveglia qui l’Europa, ad Alden Biesen, nel Belgio profondo, dall’incubo Donald Trump. Prezzi dell’energia alle stelle, burocrazia monstre, processi decisionali interminabili. L’Ue dei ventisette si chiude in ritiro e si impegna a liberarsi dagli “auto-dazi” che uccidono la “competitività” del Vecchio Continente e rendono un miraggio la crescita americana, gli investimenti della Silicon Valley, la conquista dei mercati cinese. Altro che autonomia strategica. «Dobbiamo frenare una burocrazia che in Europa sta superando ampiamente quello che è il proprio ruolo».

GLI INCONTRI

Giorgia Meloni appare all’ombra del castello belga in un blazer grigio con un collana-tie che salta all’occhio dei cronisti. «Sto congelando» scherza la premier italiana sotto i venti gelidi del Limburgo. C’è la sua firma sul Consiglio europeo informale sulla competitività e la riunione preparatoria che dà il via ai lavori, come anche quella del cancelliere tedesco Friedrich Merz. «Sì, in questa fase c’è un motore fra Italia e Germania» riconosce Meloni salvo precisare subito dopo: «Non è qualcosa che si fa contro qualcun altro, escludendo altri». La spinta di Roma e Berlino per riformare l’Europa insomma non serve a tagliare fuori la Francia di Macron. E non è un caso se il presidente francese, da stratega qual è, si presenta alla stampa di prima mattina a braccetto con il Cancelliere. «Se siamo amici? Certo!». Del resto le alleanze in Europa, riconosce la stessa premier italiana, sono sempre state “variabili”. Ed è una verità che si fa plastica durante il conclave nel maniero tardo-medievale, a pochi chilometri da Liegi. Perché sulla grande domanda che aleggia sul vertice europeo – come finanziare lo “scatto in avanti” dell’Europa sull’energia, i trasporti, l’intelligenza artificiale? — i ventisette sono divisi. A partire da Francia e Germania. Macron rilancia gli eurobond. «Manteniamo la calma» spiega ai cronisti il titolare dell’Eliseo, ormai liberatosi degli occhiali da sole che ne hanno fatto una icona social, «è chiaro che abbiamo bisogno di più innovazione e dobbiamo finanziarla anche con finanziamenti pubblici, gli eurobond non sono un tabù». Meloni apre e sposa la causa. «Personalmente sono favorevole». È in fondo una vecchissima battaglia italiana e soprattutto della destra tricolore, da Berlusconi in poi. Ma riconosce anche la premier la spaccatura europea: «Ci sono opinioni molto diverse». E infatti ci pensa Merz, a fine giornata, a mettere una pietra sopra al debito comune Ue: «Sulla questione dei finanziamenti ho chiarito che non posso accettare gli eurobond». Pausa. «Anche se volessi non potrei, perché la Corte Costituzionale tedesca ha fissato limiti precisi”. Gli fa sponda l’olandese Dick Schoof: «Il debito comune? Un fardello per le prossime generazioni». La via alternativa passa dal prossimo bilancio europeo ma per Paesi con spazi fiscali ridotti, per non dire inesistenti come l’Italia, è una strada non praticabile. 

IL SUMMIT

Nel summit al castello allora ci si limita a tracciare una roadmap. Si parte dal “pre-vertice” sulla competitività con tedeschi e italiani in regia. Che diventa subito un caso politico: partecipano diciannove Paesi e gli altri lamentano di essere stati esclusi. Specie la Spagna di Pedro Sanchez che protesta formalmente con l’Italia attraverso i canali diplomatici anche se da Palazzo Chigi raccontano di un colloquio sereno tra Meloni e Sanchez in una pausa del Consiglio europeo, «non ne hanno neanche parlato». La terapia di gruppo dell’Europa alle prese con il ciclone Trump va avanti a ritmi serrati tutto il pomeriggio. Al mattino i ventisette ascoltano una voce notissima – quella di Mario Draghi – discettare di competitività europea, di investimenti di scala che mancano e fanno dell’Ue un vaso di coccio fra i vasi di ferro americano e cinese. Si va avanti a pranzo. Carpaccio di funghi, risotto al pesce, frutta. Il polacco Donald Tusk offre ciambelle. Caffè con Enrico Letta: all’ex premier italiano tocca tornare sulla sua relazione sul mercato unico europeo e le riforme per rilanciarlo. Parole, parole come cantava Mina? Meloni spera di no. Aspetta “passi concreti” in vista del prossimo Consiglio europeo. A partire dall’emergenza dei prezzi energetici alle stelle che in casa affronterà con un decreto taglia-bollette in Cdm la prossima settimana. «Per ridurre i prezzi dell’energia, occorre rivedere «profondamente» l’Ets, Emissions Trading System, il sistema Ue che dà un prezzo alle emissioni climalteranti, incentivandone l’abbattimento, e va frenata la speculazione finanziaria che lo caratterizza» rincara poi. Macron è ancora più perentorio. Se non ci saranno «progressi entro giugno» si procederà con «una cooperazione rafforzata». Ovvero: chi vuole ci segua. Un altro tabù — il voto all’unanimità dell’Unione europea — se ne va in fumo tra le nebbie di Alden Biesen. 
 


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