Che la giornata parlamentare si sarebbe chiusa con un win-win per le opposizioni, è il dem Francesco Boccia a ribadirlo fin di buon mattino: «Meloni oggi o perde la legge elettorale o perde la faccia». E così, naufragato il «piano A», quello di vedere i meloniani votare il subemendamento del Pd sulle preferenze libere, (prima di una lunga serie di proposte condivise da tutto il campo largo), alla minoranza non è restato altro che rispolverare il piano B, vale a dire l’attacco diretto a Giorgia Meloni su quel fronte da lei stessa rivendicato come una dote politica distintiva: la coerenza.
Un leit motiv tirato fuori da Matteo Renzi fin dalla discussione generale: «La premier aveva detto eliminazione delle accise ed è aumentata la benzina e il gasolio; aveva detto blocco navale e abbiamo visto l’insicurezza crescere; aveva detto pressione fiscale al 40% e l’ha portata al 43,1%. Oggi c’è la possibilità per lei di portare a casa per la prima volta una promessa elettorale».
Legge elettorale, le reazioni dell’opposizione
Tornerà a intervenire nel pomeriggio, il leader di Iv, dopo una serie infinita di interruzioni a singhiozzo dei lavori d’assemblea, per il voto sull’emendamento della «discordia» che tanta pena ha dato al centrodestra. Questa volta, però, preferendo alle sue, le parole pronunciate dalla premier nel lontano 2014 per sostenere l’introduzione delle preferenze. Quando disse: «Per chi di noi non avesse voti sufficienti per restare in questo Parlamento, segnalo sommessamente che non dovrebbe starci, perché non lo merita».
Lo schema si ripete identico negli altri interventi che seguono: per ogni senatore di maggioranza pronto a difendere la bontà della scelta di evitare distinguo interni, ce n’è uno dal fronte dell’Alleanza progressista che mette a verbale la «scarsa autonomia» del partito di via della Scrofa e ripesca citazioni passate della leader di FdI. Al punto che Peppe De Cristofaro (Avs), già lì per sfoderare la stessa frase del senatore di Rignano, è costretto a improvvisare: «Ve ne dico una più recente, me la ricordo a memoria». Ed è sempre il capogruppo dem, Francesco Boccia, al primo voto negativo, a sferrare la stoccata: «Prendiamo atto che l’autonomia dei singoli è stata travolta dall’ordine di partito». E ancora: «La politica recupererà la fiducia dei cittadini solo restituendo loro il diritto di scegliere».
Fuori dagli scanni
Lontano da Palazzo Madama restano i due leader del campo largo, Elly Schlein e Giuseppe Conte, entrambi deputati ma non per questo meno critici sull’epilogo del dossier «preferenze»: «Per non perdere la legge, Meloni ha perso la faccia.
Ce la ricordiamo quando qualche anno fa diceva «va bene qualsiasi legge elettorale purché abbia le preferenze»», il commento a sera della prima dalla Festa dell’Unità di Reggio Emilia. «Meloni è straordinariamente «coerente» nella sua totale incoerenza», la critica del secondo.
Nel mirino del presidente pentastellato finisce anche la riformulazione presentata in Aula dai meloniani che innalza da 1.500 a 9mila (fino a un massimo di 10mila) il numero delle firme minime per collegio che le nuove formazioni politiche non presenti in Parlamento dovranno raccogliere per presentarsi alle elezioni. Una «vergognosa norma proteggi casta», la definisce Conte, convinto che sia «palesemente incostituzionale».
Non meno dura la reazione dei soggetti politici che saranno direttamente colpiti dalla proposta: «Raccogliere 700mila firme per potere accedere alla competizione elettorale è una truffa contro la democrazia», mette a verbale il leader di Progetto civico, Alessandro Onorato, deciso a scendere in piazza per protestare: «Nessun partito potrà mai raccogliere così tante firme senza peraltro la possibilità di farlo in forma digitale».
Tra i colpiti dalla «stretta elettorale» anche il segretario di Più Europa, Riccardo Magi: «Il privilegio e la discriminazione come regole per le elezioni, uno schifo». Sullo sfondo la querelle tra dem e Carlo Calenda sulle quote di genere. Galeotto l’emendamento del campo largo sulle preferenze, secondo il leader di Azione, «profondamente sbagliato» perché destinato a far eleggere «per la larghissima parte maschi». A ruota, la replica dei senatori di stanza al Nazareno: «Il senatore Calenda sbaglia, i nostri emendamenti sulle preferenze, compresi quello unitario e il sub-emendamento a prima firma Irto, contengono tutti l’indicazione per la doppia preferenza di genere».
Trovata la sintesi sulle preferenze in Senato, dal campo largo si dicono pronti a ripetere lo stesso copione anche alla Camera. Un motivo in più per il centrodestra per utilizzare a Montecitorio l’exit strategy del voto di fiducia, quando lo Stabilicum arriverà in terza lettura.
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