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Dietro al duello di comunicazione ci sono gli interessi degli Stati


Commenti e retroscena del panorama politico
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Per molti anni trascorsi a Palazzo Chigi ho osservato da vicino Presidenti del Consiglio come Arnaldo Forlani, Ciriaco De Mita, Giulio Andreotti e, prima ancora, ho conosciuto Aldo Moro e Amintore Fanfani. Non ricordo di aver mai visto nessuno di loro abbracciare un collega davanti alle telecamere, né accompagnare gli incontri internazionali con manifestazioni di entusiasmo, sorrisi ostentati o dichiarazioni di amicizia personale.

Oggi il linguaggio della politica internazionale è cambiato. Le immagini contano perché circolano immediatamente sui social e sembrano confermare, rafforzare o addirittura sostituire ciò che viene detto. Ogni giorno assistiamo a incontri tra leader accompagnati da abbracci, strette di mano prolungate, parole calorose e manifestazioni di sintonia. Ma si tratta di rappresentazioni simboliche.

Gli Stati non hanno amici: hanno interessi. Lord Palmerston lo disse apertamente nell’Ottocento; gli statisti continuano a pensarlo ancora oggi.

In questo nuovo universo della comunicazione politica, fatto di immagini, dichiarazioni immediate e linguaggio diretto, Donald Trump si muove con disinvoltura. È un negoziatore istintivo. Sa usare l’elogio, l’ironia, la provocazione e persino l’offesa come strumenti per spostare l’attenzione, modificare il terreno della discussione, mettere pressione ai propri interlocutori.

Una crisi vera

Per questo motivo interpretare ogni sua battuta come l’inizio di una crisi diplomatica è un errore. Una vera crisi diplomatica è altra cosa. Si manifesta attraverso atti concreti: sanzioni, dazi, richiami di ambasciatori, sospensione di accordi, decisioni militari o politiche che alterano realmente i rapporti tra Stati.

Parlare di «crisi gravissima», di «rottura senza precedenti», di «strappo storico» o evocare addirittura Sigonella significa utilizzare parole fuori misura e fuori contesto.

Non descrivono ciò che è realmente accaduto. Qui siamo sul terreno della comunicazione politica, delle immagini, delle dichiarazioni e delle repliche pubbliche.

Nel caso dello scontro verbale con Giorgia Meloni, è probabile che Trump abbia cercato soprattutto di spostare l’attenzione da altri dossier più delicati, legati alla situazione in Medio Oriente. Le sue osservazioni sugli alleati e sulla Presidente del Consiglio italiana rientrano in questa logica di provocazione pubblica.

La prima risposta di Giorgia Meloni è stata immediata e chiara. Ha ricordato che tra alleati ci si confronta senza trasformare ogni divergenza in un caso politico e che le frecciate dovrebbero essere rivolte agli avversari, non a chi condivide responsabilità comuni.

Se la vicenda si fosse chiusa lì, sarebbe probabilmente rimasta una situazione ambigua, sulla quale ciascuno avrebbe continuato a dare la propria interpretazione.

Ma Trump è tornato sull’argomento. Ha evocato sondaggi che gli saranno stati suggeriti da qualcuno. Ha parlato della Presidente italiana come di una sua sostenitrice, quasi di una sua fan.

Così facendo, ha offerto a Giorgia Meloni l’occasione di fornire una risposta che merita attenzione e che, a giudicare dalla stampa, non è stata letta con la necessaria cura.

Non per il tono, ma per il contenuto.

La replica

Anzitutto ha ricordato che gli attacchi ricevuti erano immotivati e non provocati. Ha poi osservato che la vicinanza agli Stati Uniti non le ha procurato particolari vantaggi sul piano del consenso; al contrario, in una parte dell’opinione pubblica italiana ed europea le è costata non poche critiche. Infine ha ribadito che la sua preoccupazione fondamentale resta la difesa degli interessi dell’Italia e che il consenso di cui gode deriva esclusivamente da questo.

La conclusione è stata particolarmente efficace: l’invito a occuparsi dei problemi e dei sondaggi del proprio Paese piuttosto che di quelli degli altri. Una frase che equivaleva a un chiaro e definitivo: «Ora basta».

È stata una risposta esemplare sul terreno sul quale la polemica era nata: quello delle parole e dell’immagine. È qui che molti commentatori si sono fermati alle espressioni più vistose senza cogliere la struttura della risposta. Ferma, misurata, priva di aggressività, ma capace di trasformare un attacco in un’opportunità politica e di chiudere la discussione.

Probabilmente Trump pensava di trovarsi di fronte a una sostenitrice. La sua valutazione si è rivelata sbagliata. Gli errori fanno parte della politica e non vi è alcuna ragione per trasformarli in una crisi tra Stati.

Trump resta il leader della maggiore potenza mondiale e conserva una straordinaria capacità di incidere sugli equilibri internazionali.

Molti leader europei, di fronte a provocazioni di questo genere, preferiscono la prudenza, il silenzio o l’imbarazzo. Giorgia Meloni appartiene a una categoria diversa. Non cerca lo scontro, ma quando ritiene di dover difendere una posizione non arretra.

Personalità forti

È anche per questo che il confronto tra i due ha attirato tanta attenzione. Non si è trattato del confronto tra un protagonista e una figura minore, ma dell’incontro tra due personalità forti, entrambe poco inclini a fare un passo indietro quando ritengono di avere ragione.

La lezione che emerge da questa vicenda è semplice. Nel mondo contemporaneo bisogna distinguere il teatro della comunicazione dalla sostanza delle relazioni internazionali. Le immagini passano. Le parole fanno rumore. Gli interessi degli Stati restano.

Ed è proprio per questo che la risposta del Presidente del Consiglio merita di essere ricordata: non perché abbia aperto una crisi, ma perché ha saputo trasformare un attacco in un’opportunità e chiudere una polemica che molti avevano scambiato per qualcosa di molto diverso.


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