28.10.2026
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Economy

Dazi, le Borse rimbalzano. Ma resta l’effetto incertezza tra rimborsi e nuove mosse


Le Borse, per ora, festeggiano. Ma l’altalena di giornata per Wall Street dopo lo stop ai dazi della Corte Suprema Usa dà bene il senso dell’incertezza di fondo, dello smarrimento di un mercato che si chiede, a questo punto, quando scatteranno i rimborsi. Ma si chiede anche qual è il piano B di Trump. Perché è certo che ci sarà e farà leva su «nuovi strumenti ancora più forti», a sentire The Donald.

Il rilancio di Donald Trump con un altro 10% di tariffe per tutto il mondo e per cinque mesi è solo un indizio, oltre che un assaggio. Il punto è che la notizia era un po’ nell’aria, dicono a caldo sul mercato: Trump ha avuto tempo per elaborare un piano e ora proverà ad aggirare il problema. Difficile che cambi del tutto l’arma sulla quale ha basato la sua politica di negoziazione. E se da un lato la sentenza dà la certezza che il presidente non possa fare più ricorso allo Ieepa, l’International Emergency Economic Powers Act, la legge del 1977, per imporre i dazi, dall’altro l’incertezza non è cancellata. Anzi. La sentenza crea ulteriore incertezza, un vero caos, considerato che l’amministrazione Usa cercherà di difendere le tariffe passando da vie alternative. 
Così, dopo che le Borse europee avevano fatto in tempo ieri a incassare la buona notizia e a certificare lo scatto al rialzo (da Piazza Affari, a +1,48%, a Parigi, a +1,39%, da Francoforte, a +0,87%) a Londra a +0,56%), S&P 500 (+0,6%) e Nasdaq (+0,8%), hanno mostrato tutto il loro nervosismo per poi chiudere entrambi in rialzo. Questo mentre il dollaro si è leggermente indebolito sull’euro e la sterlina. Per la verità il biglietto verde si è indebolito anche quando è scattata la guerra dei dazi di Trump, più o meno un anno fa. In questo caso però, i mercati temono probabilmente che gli ingenti rimborsi possano creare un significativo deficit di bilancio in Usa, fa notare Ebury, un deficit più elevato e un aumento dell’emissione di debito. Una delle principali preoccupazioni di Trump.

LE MOSSE

Cosa succede ora?, è la grande domanda. La Corporate America si è già mossa. Un minuto dopo la sentenza è scattata la macchina delle richieste di rimborso. Una partita che può valere almeno 133 miliardi di dollari secondo i dati della CBP riferiti a metà dicembre. Ma il conto supera i 175 miliardi, dice uno studio dell’Università Penn Wharton, lo stesso che mette il focus sui 180 giorni di tempo che hanno gli importatori dalla «liquidazione» delle merci per richiedere un rimborso alla U.S. Customs and Border Protection. Non si può non tenere conto, poi, in queste ore, che stando a una recente ricerca della Fed di New York e del think tank tedesco Kiel Institute sono state le aziende e i consumatori statunitensi ad aver pagato almeno il 90% del costo dei dazi.

I rimborsi «non sono stati discussi», ha detto Trump e «questo ci bloccherà per 5 anni», ha aggiunto. Ma il presidente Usa andrà avanti lo stesso, è la promessa. Cosa cambia per le aziende Ue che hanno già pagato i dazi?, è l’altra domanda. L’Europa ha chiesto chiarezza e per ora ha congelato gli accordi presi con gli Usa. Ma se non c’è dubbio, per gli esperti, che la decisione apra la porta alle richieste di rimborso, il percorso non sarà certo automatico. Per molte imprese, l’esito dipenderà da come e quando sono stati presentati i ricorsi e attivate le tutele procedurali. Ecco perché anche la fase rimborsi si preannuncia complessa, con possibili resistenze e contenzioso mirato sui singoli flussi di importazione. Su questi nodi ragioneranno i mercati già da oggi.

LE RINEGOZIAZIONI

Secondo l’Ispi, la pronuncia di ieri non determina automaticamente la caduta di accordi commerciali, come quelli raggiunti da Washington con l’Ue o la Cina. Riduce, però, la leva negoziale dell’amministrazione e potrebbe favorirne una rinegoziazione. La Casa Bianca vede restringersi i margini d’azione e potrebbero ricorrere ad altre norme per giustificare i dazi oppure rivolgersi al Congresso per ottenere una legge che gli attribuisca poteri tariffari più ampi. Un percorso politicamente complesso. Intanto per Wall Street ieri è stato il giorno della verità anche sul Pil, cresciuto meno del previsto nel quarto trimestre (all’1,4%). Mentre spuntano segnali di stress nel settore del credito privato, dopo il blocco dei prelievi da parte del Fondo Blue Owl che ha dismesso 1,4 miliardi di asset. Il timore è che la mossa segnali un momento di crisi finanziaria simile a quello del “canarino nella miniera di carbone”, in un contesto di preoccupazioni per le partecipazioni del settore in titoli software minacciate dall’IA.


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