C’era una volta Palazzo Grazioli a Roma, ma c’era una volta anche o soprattutto Villa Certosa a Porto Rotondo. Ogni fine estate, per ogni giornalista politico, prima di trasferirsi a Rimini per il Meeting di Comunione e Liberazione, prevedeva una tappa in quel luogo berlusconianissimo della Costa Smeralda. Casa Berlusconi. Casa? Un parco gigantesco con vulcano, pizzeria e piante e praterie. “Lo vede questo catctus?”, disse una volta il Cavaliere a un giornalista. Si, certo, molto bello, fu la risposta. E lui: “Bello di sicuro, ma molto spinoso e tortuoso, proprio come il cervello di Tremonti”. Che come si sa, era il suo principale ministro, dell’Economia.
La vendita
Villa Certosa è stata venduta agli arabi, compreso il porticciolo caro a Silvio, compresa la “Pizzeria da Silvio” in cui il Cav impastava le margherita e intimava spiritosamente : “Chi vuole la pizza con l’aglio o con le cipolle la vada a prendere da un’altra parte. Qui io spaccio buoni odori e buoni sapori. Non le pietanze troppo forti e poco favorevoli all’alito buono”. Indimenticabile Villa Certosa. Paolo Sorrentino l’ha pure immortalata nel suo film “Loro”, con Fabio Concato che canta e suona sull’erba presidenziale il suo celebre hit, “Una domenica bestiale”. I peones, ma anche i ministri, accorrevano a Porto Rotondo, per farsi ammetter al e o per pochi minuti a parlare di politica con Berlusconi nella sua magione. Affittavano case lì intorno, a prezzi eleva ti, pur di rispondere subito all’evento tulle chiamata del Cavaliere e precipitarsi nella a Villa Certosa. Dove un giorno arrivò Bossi, prima del famoso Ribaltone del 1995, ma prima di fece immortalare sudato e in canottiera per mandare il messaggio: io sono un leader popolare ed operaio, e non il padrone di un pezzo meraviglioso di Sardegna e di tutta l’Italia. Oltretutto, assicurava il Senatur, “da Berlusconi sì mangia male”. Forse perché serviva a Villa Certosa il suo menù tricolore mentre l’Umberto voleva fare la secesiun?
La diplomazia del Cav
Se insomma Palazzo Grazioli è stato il centro nevralgico della tattica politica quotidiana e dei patti parlamentari, la villa in Sardegna ha rappresentato la massima espressione della diplomazia dell’empatia e della privatizzazione della politica estera berlusconiana.
Non era una semplice residenza estiva, ma un vero e proprio palcoscenico di geopolitica informale, dove il formale protocollo di Stato veniva sostituito dal clima rilassato della Costa Smeralda, dai concerti privati e da una sfarzosa spettacolarizzazione del potere. L’idea politica alla base di Villa Certosa era semplice: trasformare i grandi della Terra da freddi interlocutori istituzionali ad amici intimi. Berlusconi era convinto che le grandi controversie internazionali si potessero risolvere meglio davanti a una tavola imbandita, sulla riva del mare e con qualche giretto in barca (Tony Blair gli disse: “Io mi piazzo qui tutta la vita”) e indossando la camicia di lino.
La villa ora diventata araba era concepita come un enorme parco giochi diplomatico per stupire e disarmare l’ospite: 120 ettari, un finto vulcano funzionante per stupire gli invitati, un anfiteatro greco, le serre con le piante rare, i labirinti e un tunnel subacqueo che portava direttamente al mare, pensato ufficialmente per motivi di sicurezza (stile James Bond).
La bandana
L’asse con Vladimir Putin si è formato a Villa Certosa. E lì che i figli del Cav hanno cominciato a chiamare l’ospite russo “zio Vlad”. Lo zar vi soggiornò per la prima volta nell’agosto del 2003. Arrivò scortato nientemeno che dall’incrociatore lanciamissili Moskva (la stessa nave affondata nel 2022 durante il conflitto in Ucraina) che incrociava al largo delle coste sarde. L’aneddoto più celebre di quel soggiorno racconta che, per accogliere l’alleato russo, Berlusconi si presentò indossando una bandana bianca in testa (dovuta a un trapianto di capelli): l’immagine fece il giro del mondo e ruppe ogni schema della diplomazia classica.
Ed è a Villa Certosa che, grazie a Berlusconi, Putin conobbe la musica napoletana e approfondì la sua passione per l’opera italiana. Mariano Apicella e Andrea Bocelli suonavano per lo zar e per altri ospiti importanti.
Da Putin a George W. Bush
Quando durante una visita di Berlusconi nella dacia di Putin a Sochi sul Mar Nero lo zar gli regalò un piccolo e velocissimo cavallino locale, alto quanto un alano, Silvio accettò il dono e disse: ”Lo porto in Sardegna”. Ma a Villa Certosa quel quadrupede non sarebbe mai arrivato. E questo resta uno dei grandi misteri geopolitici del berlusconismo.
Blair arrivò con la moglie Cherie. E Berlusconi fece organizzare uno spettacolo pirotecnico monumentale con la scritta di fuochi d’artificio “Viva Tony», mentre la coppia britannica passeggiava nel parco..
George W. Bush assaporò l’ospitalità sarda, in un momento in cui Berlusconi cercava di accreditarsi come il principale «ponte» (un Meloni ante litteram) diplomatico tra Washington e Mosca, culminato con lo storico vertice di Pratica di Mare del 2002. E Mirek Topolánek? Il premier ceco fu protagonista, suo malgrado, dello scandalo delle foto di Antonello Zappadu (2009), il quale immortalò la vita privata della villa, mostrando quanto il confine tra relax privato e diplomazia pubblica fosse ormai svanito.
La Repubblica di Porto Rotondo
Se l’arena internazionale serviva a dare prestigio, Villa Certosa era anche il luogo in cui si decidevano i destini dei governi italiani durante le pause estive.
Era lì, come si è appena detto, che gli alleati venivano convocati per sciogliere i nodi più intricati della coalizione di centrodestra. Il clima della Costa Smeralda serviva ad ammorbidire le posizioni più dure del Senatur. E a convincere tutti gli altri. Tra una passeggiata e una cena a base di gelato artigianale, venivano decise nomine Rai, riforme costituzionali e strategie elettorali per l’autunno.
Si parlava di “Repubblica di Porto Rotondo”: un esperimento politico in cui il potere non si esercitava più nei palazzi istituzionali romani, ma nella residenza sul mare. Un angolo di Sardegna è diventato centro gravitazionale della politica internazionale dei primi anni Duemila. Ora magari sarà lo stesso. Ma a Villa Certosa si parla arabo e non c’è più la lingua del Cavaliere. I figli di Silvio hanno voluto fare spending review, ma la storia è già passata da qui e per fortuna è incancellabile.
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