29.10.2026
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Science

Clima, gennaio 2026 è il quinto più caldo di sempre (ma c’è un’anomalia che riguarda il gelo)


Il mese di gennaio 2026 è ufficialmente il quinto gennaio più caldo mai registrato a livello globale, con una temperatura media dell’aria superficiale di 12,95 °C. Questo valore si colloca ben 0,51 °C al di sopra della media del periodo 1991-2020 e, dato ancora più allarmante, supera di 1,47 °C i livelli di riferimento preindustriali. 

I dati recentemente diffusi dal Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus, implementato dal Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine, tracciano un quadro inquietante dello stato di salute del nostro pianeta. 

Sebbene il mese sia risultato leggermente meno rovente rispetto al record assoluto stabilito nel gennaio 2025, la tendenza al riscaldamento a lungo termine causata dalle attività umane continua a manifestarsi con una violenza senza precedenti, esasperando la frequenza e l’intensità di fenomeni meteorologici diametralmente opposti nelle diverse aree del globo.

L’anomalia del gelo nell’emisfero settentrionale: il gennaio più freddo dal 2010

Paradossalmente, mentre il mondo nel suo complesso registrava temperature elevate, l’Europa e vaste zone dell’America settentrionale e della Siberia hanno dovuto affrontare ondate di freddo intenso durante la seconda metà del mese. Questa situazione è stata innescata da una corrente a getto polare caratterizzata da un andamento insolitamente ondulato, che ha permesso all’aria gelida dell’Artico di scivolare verso le medie latitudini.

In Europa, questo fenomeno ha portato alla registrazione del gennaio più freddo degli ultimi sedici anni, con una temperatura media sulla terraferma di -2,34 °C, ovvero 1,63 °C sotto la media stagionale. Le condizioni di gelo più estremo hanno colpito duramente la Fennoscandia, gli Stati Baltici e la Russia occidentale, ma non hanno risparmiato nemmeno gli Stati Uniti centrali e orientali.

Samantha Burgess, Responsabile strategica per il clima dell’Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine, ha sottolineato come questa dicotomia climatica sia un promemoria evidente della complessità del sistema terrestre: il riscaldamento globale non esclude episodi di freddo acuto, ma rende l’intero assetto meteorologico più instabile e rischioso.

Emergenze nell’emisfero meridionale: incendi devastanti e inondazioni

Mentre il Nord gelava, l’emisfero meridionale veniva funestato da un caldo record che ha alimentato catastrofi naturali di vasta portata.

Nella seconda metà di gennaio, le condizioni di siccità e le temperature bollenti hanno innescato incendi boschivi drammatici, monitorati costantemente dal servizio CAMS, Copernicus Atmosphere Monitoring Service.

In Australia, Cile e Patagonia i roghi hanno raggiunto un’intensità tale da causare numerose vittime e distruggere interi ecosistemi. Parallelamente, l’Africa meridionale è stata colpita da precipitazioni di intensità eccezionale: nell’ultima settimana del mese, il Mozambico ha subito inondazioni catastrofiche che hanno travolto infrastrutture e mezzi di sussistenza, aggravando una crisi umanitaria già complessa.

Questo scenario di estremi idrologici ha interessato anche il Brasile sud-orientale e l’Australia settentrionale, mentre condizioni di estrema secchezza hanno continuato a tormentare il sud degli Stati Uniti e la Cina meridionale.

La crisi dei ghiacci: Artico e Antartide sotto pressione

Lo stato dei mari polari riflette fedelmente il riscaldamento globale in atto. Nell’Artico, l’estensione del ghiaccio marino a gennaio è stata inferiore del 6% rispetto alla media, segnando il terzo valore più basso mai documentato per questo periodo. Le perdite più significative sono state rilevate nel Mare di Barents settentrionale e nella Baia di Baffin, zone dove le temperature dell’aria sono rimaste costantemente sopra la norma.

Situazione altrettanto critica nella regione antartica, dove l’estensione dei ghiacci è risultata dell’8% inferiore alla media. Sebbene alcune zone come il Mare di Weddell abbiano mostrato concentrazioni superiori alla norma, il dato complessivo colloca il gennaio 2026 fuori dalle dieci estensioni più ampie mai registrate, confermando una fragilità dei poli che incide direttamente sull’innalzamento del livello dei mari e sulla circolazione oceanica globale.

Piogge e inondazioni in Europa: il caso italiano e mediterraneo

Per quanto riguarda le precipitazioni, il gennaio 2026 ha diviso il continente europeo in due fasce distinte. Mentre il Nord-Est, la Finlandia e la Scandinavia hanno vissuto un mese più secco della media, gran parte dell’Europa occidentale, meridionale e orientale è stata flagellata da piogge torrenziali.

L’Italia, insieme alla penisola iberica e ai Balcani occidentali, ha registrato condizioni di forte umidità che hanno provocato inondazioni localizzate, danni alle colture e gravi disagi alla circolazione. Questi eventi meteo estremi, che si alternano a periodi di siccità prolungata, rendono sempre più urgente, come rimarcato dagli esperti di Copernicus, un piano di adattamento e resilienza sociale.

La preparazione ai rischi climatici non è più un’opzione per il futuro, ma una necessità immediata per proteggere le popolazioni da un sistema climatico che ha ormai superato i propri storici punti di equilibrio.


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