29.10.2026
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Politics

Centrodestra diviso, voto anticipato o fine legislatura. Meloni valuta il fattore tempo


ROMA Voto o non voto, voto o non voto. Non è un quesito d’amore ma è il tormentone che rimbalza nei Palazzi romani, perché a sfogliare la margherita è l’intero centrodestra, seguito a ruota dal fronte progressista, che da qui alle urne deve sciogliere nodi che somigliano a grovigli indistricabili, dal programma in stile corsa a ostacoli alle primarie che incoroneranno la o lo sfidante di Giorgia Meloni alla guida di Palazzo Chigi.

La volata per approvare lo Stabilicum a un anno dalla scadenza della legislatura ha dato il là a teorie, letture e scommesse da far impallidire persino la leggenda di Tiresia, il veggente cieco della città di Tebe. E allora, il via libera allo Stabilicum senza sorprese o allontana i dati del voto? La verità è che nessuno lo sa.

Dibattito surreale

La questione sembra indispettire, e non poco, Giorgia Meloni. «Seguo questi dibattiti abbastanza surreali sulla data del voto — ha risposto ieri la premier in un punto stampa ad Ascoli Piceno — Noi parliamo come se si votasse domani», ma «signori, manca un anno alla scadenza della legislatura. Quindi io sto concentrata, come voi vedete, a cercare di fare il mio lavoro. Gli altri discutano pure». E gli altri ne discutono eccome, visto che c’è già chi, anche in Fdi, si è già messo d’impegno a buttare giù brogliacci di liste elettorali. E ieri, le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari al Foglio — «le opzioni sono due: settembre, alla scadenza naturale, oppure giugno» per «permettere al nuovo Governo di fare la legge di bilancio con un minimo di serenità» — ha riaperto i giochi, avvalorando la tesi di urne anticipate. Soprattutto, indispettito chi di accorciare la vita al governo non ci pensa nemmeno un po’. Leggi Lega e Forza Italia. «Fazzolari è libero di dire quel che vuole, ma io credo si debba andare a fine legislatura», taglia corto stizzito il vicepremier Antonio Tajani. Mentre la Lega tace, ma il fuoco arde sotto la cenere. «Abbiamo approvato una riforma elettorale che ci lede, al Nord potrebbe rivelarsi una Caporetto — spiegano autorevoli fonti del Carroccio — qualcosa Fdi dovrà pur cedere, ammesso Meloni voglia anticipare. Sulla data del voto non faremo sconti». Ma è la stessa premier, del resto, a nutrire parecchi dubbi su quale sia il momento giusto per staccare la spina, Quirinale permettendo. «Vedremo, non è certo possibile deciderlo ora, quando manca un intero anno alla fine della legislatura. Dipende se si può governare bene oppure no», risponde a chi le chiede quale timing abbia davvero in mente.

Le variabili

In questa partita, la variabile economica pesa tantissimo, di gran lunga più delle altre. Con un occhio attento alla spirale inflattiva che rischia di bruciare miliardi e consenso. Ecco perché la nuova sfida sulla flessibilità pesa tantissimo sulla bilancia. E se Meloni dovesse spuntarla, ci vorrà del tempo per incassare i risultati e dimostrare agli italiani che, in barba agli scetticismi, ci aveva visto giusto. A incidere sulla data del voto c’è poi la delicata situazione internazionale, con il Medio Oriente che brucia e la guerra in Ucraina, uno stillicidio che va avanti da quattro anni e mezzo. «Allo stato attuale non si vedono spiragli. Su entrambi i fronti la situazione è ferma, la soluzione delle due crisi un miraggio», non ne fanno mistero fonti diplomatiche. Ma se una delle due crisi dovesse trovare soluzione, in particolare quella ucraina, «allora questo allungherebbe senz’altro la vita al governo, perché ci sarebbero risvolti positivi anche a livello economico», la lettura che viene data in ambienti Fdi. Passiamo al tema della sicurezza, in particolare al dossier migranti, su cui Meloni vuole battere in campagna elettorale rivendicando il cambio di passo impresso. Le nuove regole europee dovrebbero oliare i trasferimenti nei due centri nati in Albania, che finora più che una bandiera da sventolare in campagna elettorale si sono trasformati in un inciampo. Altro «petalo», «la maionese impazzita del fronte progressista». Perché il percorso accidentato di Schlein, Conte e compagnia può cambiare le carte in tavola, imprimendo un accelerazione o suggerendo una brusca frenata. Tutto e il suo contrario a sfogliare una margherita.


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