Fari accesi nel 2026. E se i fari funzionano, la complessità della storia contemporanea e l’avventura della fase nuova saranno illuminate e vivibili e potrebbero produrre positività e sviluppo. Incrementando il trend che già da un po’ ha cominciato a smentire i professionisti della sfiducia. A quali concetti fare riferimento per l’anno che arriva? Ecco una sorta di manifesto 2026 in 10 parole. Racchiudono tutte, in fondo, la stessa morale. E cioè che è arrivato il momento di usare un approccio meno conformista. E più adatto a liberarci dagli sguardi stantii. A farci gettare non il cuore oltre l’ostacolo ma la testa più avanti. A farci spezzare le residue catene, per chi ancora ce le ha, che tolgono la lucidità. E che impediscono di valutare i dati di fatto — crescita economica, forza dell’Italia, maturazione della società e eccellenza nei saperi e nell’impresa — che aiutano a vivere meglio e a produrre stabilità e dinamismo. Due parole non in contraddizione ma in simbiosi: il mix perfetto per il tempo nuovo.
1 ICONICO
È l’aggettivo da dimenticare. Il suo uso e abuso lungo il 2025 lo ha reso insopportabile. Tutto finora è stato «iconico» (per dire strabiliante e meraviglioso e prima si diceva «epico», parolaccia a sua volta ma «iconico» è peggio) e caspita quanto sei «iconico!», ed è davvero «iconico!» questo vestito», e vuoi venire a una festa «iconica»? e sarà il 2026 più o meno «iconico» del 2025? Liberarsi dall’icona per riscoprire la realtà può essere l’esercizio migliore per l’anno che arriva. Scrollarsi di dosso questa inutile esagerazione dilagante, questa modaiola emotività espressiva, non è solo un fatto di ecologia lessicale ma una questione civile e politica. Stiamo esagerando? Forse. Ma l’iperbole (oltre a essere sopravvalutata) è deconcentrante, è l’opposto del basso profilo del pragmatismo che serve e del serio riformismo da riattualizzare. Chi parla male pensa male (cit. Nanni Moretti) e l’escalation dell’iconico inchioda l’Italia alla sua retorica. Proprio in un momento in cui occorre l’opposto: lo sguardo lungo e la capacità di fare più che di straparlare.
2 FIDUCIA
Il concetto di fiducia è stato impersonificato nella dea Fides. Da cui la “deditio in fidem”, rito in cui anticamente la comunità si dà a Roma senza finirne schiava. Ecco, la fiducia è il legame tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, tra società e potere. È sempre stato così e un rinnovato patto di fiducia non può che essere la promessa che vicendevolmente occorre rivolgersi nel 2026, perché senza fiducia “nulla spes”. Il deficit di fiducia è stato quello che, in certi anni italiani, ha tarpato le ali alla crescita, e ha tolto energie e possibilità. Se ora è in crescita (e lo è assai) la fiducia a livello sociale ed economico, lo è meno a livello politico, come dimostrano i dati dell’astensionismo elettorale. Ma la fiducia è contagiosa, è virale in senso buono ed è un atto di coraggio. La sensazione è che, se la politica risponde, la cittadinanza c’è. Stiamo parlando di una catena che non può che allungarsi e stringersi nell’anno in arrivo perché da essa deriva quella che gli illuministi chiamavano «la pubblica felicità». Senza fiducia non c’è comunità, senza fiducia non c’è crescita, senza fiducia non c’è legittimità politica e neppure vera rappresentanza. Alla luce di questo, anche chi non ha fiducia ha capito che serve fiducia, e che non potrà non esserci.
3 CREDIBILITA’
Naturalmente, credibilità e fiducia vanno di pari passo. O meglio, la prima è premessa della seconda. Senza credibilità delle classi dirigenti, infatti, la fiducia collettiva si dissolve. L’obiettivo 2026 è difendere la credibilità, statuale e internazionale, che l’Italia ha raggiunto grazie ai suoi parametri di crescita e alla sua postura — mai manichea, equilibrata e pragmatica, di sintesi e non di rottura — nell’anno che tra poche ora si conclude. E’ importante proteggere, e incentivare, questo patrimonio di credibilità, perché lo standing di un Paese, in questo caso il nostro, nella fase di competizione ma anche di cooperazione globale è quello che fa immagine e sostanza. Si è credibili anzitutto, se si esercita la politica come dialogo per l’interesse generale e non come odio vigilante.
4 AUTENTICO
Perché non fare diventare «autentico» — altro che «iconico» — il buon aggettivo 2026? Checco Zalone non vince al botteghino perché è autentico? E il Made in Italy, quando è autentico, non vince proprio perché lo è? E ancora: il cibo italiano non è diventato, poche settimane fa, senza che mai prima fosse accaduto ai francesi o ai giapponesi e a nessun altra cucina, patrimonio universale dell’Unesco per la sua genuinità? L’anti- sofisticazione come vero marchio valido per tutto e per tutti. Il leader che mente non è autentico o anche quello che finge d’interpretare (il populismo questo è) una parte di comodo. Dire invece «non è possibile fare questo ora» (per esempio una legge di bilancio generosa) è più autentico di una promessa irrealizzabile. La responsabilità è autenticità.
5 ANTI-NEUTRALITA’
Il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha osservato: «Continuano a dirmi di essere neutrale. Parlate con la gente che ha perso tutto, e capirete che essere neutrali non funziona». Tantomeno funziona rispetto al conflitto tra Russia (che ha invaso) e Ucraina (che si difende, anche con il nostro aiuto). Quando poi la neutralità è la maschera, anzi la bandierina bianca o arcobaleno, dietro cui si nascondono i supporter (anche figure importanti del firmamento della cultura di sinistra, filo Urss: ohibò ora si chiama Federazione russa) di una parte contro l’altra, allora non va bene. La neutralità come indifferenza o peggio ha dilagato, nonostante i discorsi perfetti del presidente Mattarella, ma la parola dell’anno nuovo è quella che le fa rima. Non neutralità ma umanità.
6 STORIA
Lo dimostra l’attuale rilancio di Roma. «Storia» sarà è il concetto chiave nell’anno che ci aspetta. Storia non come reliquia, non come orgoglio di glorie del passato, non come nostalgia o idealizzazione a vanvera. L’opposto: storia come lievito di futuro. Chi ha una grande storia ha un grande avvenire. E tutto ciò che è stato non si ripete, ma neppure si cancella. La Capitale che unisce archeologia e innovazione, che accelera la sua crescita ma la fonda sulla sua identità rappresenta un codice capace di riguardare, sotto la guida della Capitale, l’intero Paese. Se dimentichiamo ciò che abbiamo alle spalle, non saremo capaci di valutare la sfida che abbiamo di fronte: quella di sfruttare ciò che siamo e che siamo stati.
7 METROPOLI
Che bella parola: «metropoli». Alcune grandi città si affermano, altre decadono o si fermano. L’anno che viene e quelli che verranno saranno il tempo della sfida tra metropoli oltre che tra Stati. O meglio: conteranno di più gli Stati che possono contare su grandi metropoli. Roma si sente in pista, e non potrebbe non esserlo con tutto quello che sta facendo per affermarsi come protagonista della contemporaneità e città-pilota. «Metropoli» è la parola giusta del tempo nuovo perché da sempre le città hanno guidato i cambiamenti decisivi. Le metropoli crescono, e fanno crescere le nazioni di riferimento, se la politica è capace di fare squadra al di là delle appartenenze politiche. A Roma questo si chiama Modello Giubileo. Il 2026 può diventare l’anno del Modello Italia.
8 CONSAPEVOLEZZA
È stato appena ripubblicato il libriccino di uno storico tra i principali del ‘900, Karl Polanyi: «Europa 1937». Racconta le premesse della seconda guerra mondiale e l’Europa che era inconsapevole e sonnambula — come lo è oggi — di fonte al disastro. «Consapevolezza», che non significa allarmismo, che non vuol dire armiamoci e partiamo (anzi, armiamoci e partite), è la parola chiave del 2026 perché è sbagliato tapparsi gli occhi per paura e cercare di non vedere. Si legga in proposito, e a proposito di libri, il racconto geopolitico piuttosto diffuso nelle cancellerie europee — «Se l’Europa attacca l’Occidente. Uno scenario possibile» (Rizzoli), di Carlo Masala, nome italiano ma lui è uno studioso tedesco — il cui titolo dice tutto ed è un invito alla consapevolezza.
9 GRAZIA
Chiamiamola «grazia», ma non nel senso religioso. Bensì in quello politico. Ed è politicissimo il film di Paolo Sorrentino, «La grazia», appunto, uscito per ora in anteprima mattutina nei cinema e tra poco esordirà normalmente nelle sale. Il messaggio, almeno per chi lo ha colto così, si presta molto a quello che dovrà essere il 2026. In scena si vede un presidente della Repubblica che deve concedere alcune grazie a condannati e che, soprattutto, deve firmare o meno la legge sull’eutanasia. Che cosa fa questo bravo presidente? Approfondisce. Studia. Non va di fretta. Considera la politica un esercizio assai bisognoso di competenza e di concentrazione. Un altro presidente (non inventato), Luigi Einaudi, diceva: «Conoscere per deliberare». Perché non farne lo slogan 2026?
10 DISCONTINUITA’
La discontinuità dà energia. E mai come adesso, che nel mondo è saltato tutto e tutto va ridefinito, verrebbe da dire: evviva la crisi. L’importante è concepirla come una risorsa strategica e non come una valle di lacrime. Del resto, la potenzialità creativa dei momenti di disordine e di sbandamento è stato uno dei temi che più ha appassionato le migliori menti della terra. Tucidide, nella Guerra del Peloponneso, sostiene che i momenti di rottura smascherano le illusioni e costringono a decisioni più razionali. È esattamente così. Non c’è miglior realismo di quello che è originato dall’impellente necessità. L’occasione per indossare, già dalla festa di Capodanno 2026, un habitus mentale più adatto ai tempi non si può proprio perdere.
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