26.01.2026
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Politics

“appoggio esterno” degli Stati europei


BRUXELLES Sull’uscio, finché si può. Ovvero fino a quando Donald Trump terrà aperta la porta. Giorgia Meloni sa che l’Italia dovrà prendere presto una decisione. Entrare o no nel Board per la pace a Gaza? Da spilla da appuntare al petto la membership dell’organismo internazionale battezzato dal presidente americano è diventata fonte di imbarazzi e crucci politici in Europa.

Specie dopo la photo opportunity di Davos e l’invito, accettato di buon grado, ad autocrati come Putin e Lukashenko. Spalla a spalla al cancelliere tedesco Friedrich Merz, tra gli stucchi di Villa Doria Pamphilj, ieri la premier ha ripetuto quanto anticipato per le vie brevi a Trump in una telefonata mercoledì sera. Al momento lo statuto del “Board of peace” «risulterebbe incostituzionale e quindi incompatibile con il nostro ordinamento».

Il piano B

Fa sapere di aver chiesto «al presidente degli Stati Uniti e agli interlocutori americani se vi fosse la disponibilità a riaprire questa configurazione, per andare incontro alle esigenze non solo italiane ma anche di altri Paesi europei». Il governo italiano dunque prende tempo. Ma il dado è tratto: «Autoescludersi non è la scelta migliore». Il diavolo è nei dettagli. Meloni ne ha parlato a Bruxelles con alcuni dei principali leader europei, a margine del Consiglio straordinario dove in realtà il dossier Gaza è rimasto sullo sfondo. Studia un piano per uscire dall’impasse. Un’ipotesi, riferiscono fonti che seguono le trattative, è il “sostegno esterno” degli Stati europei. Un’adesione politica, con una cerimonia ufficiale e impegni annessi, ma senza firmare lo statuto così com’è. Escamotage che darebbe vita a una seconda fascia di “membership” del board e toglierebbe diverse castagne dal fuoco ai principali partner del Vecchio Continente. Niente firma, nessun riconoscimento formale della sovranità di un board internazionale dalla dubbia solidità giuridica, guidato da un presidente “ad personam”, Donald Trump, con poteri quasi illimitati.

Meloni può farsi portavoce presso il Tycoon di questa soluzione. Che a Roma risolverebbe più di un problema al governo. Senza un’adesione formale allo statuto non ci sarebbe bisogno di portare la ratifica della carta fondativa in Parlamento dando così alle opposizioni una buona ragione per serrare i ranghi a pochi mesi dalle elezioni politiche. E rischiando fra l’altro qualche obiezione di coscienza anche nel centrodestra: Tajani e la pattuglia di Forza Italia difficilmente voterebbero senza fiatare l’adesione all’“Onu” privata di Trump, aperta a fior fior di autocrati e dittatori. Cavilli legali e nodi politici si intrecciano agli occhi della leader italiana. Che deve fare i conti fra l’altro con i serissimi dubbi, per non dire vere e proprie obiezioni, trapelati dal Quirinale sull’iniziativa di Trump per il Medio Oriente.

E non è che l’inizio. Negli scorsi giorni l’amministrazione americana ha fatto sapere alla Commissione europea che Trump vuole inaugurare, all’interno del nuovo organismo, un “Board per l’Ucraina”. Ovvero affidare a questo “Cda” di leader internazionali anche la crisi in Est Europa invitando Putin e Zelensky a sedersi al tavolo. Iniziativa che dà corpo ai timori degli europei — che a Washington stiano apparecchiando un organismo alternativo alle Nazioni Unite — e per questo da Bruxelles per ora è arrivato un secco no. Tempo al tempo. Sul piano politico la premier continua a intestarsi la mediazione fra le due sponde dell’Atlantico. Lo ha fatto durante il Consiglio straordinario, nella seduta fiume di giovedì sera. Durante il giro di tavolo dei 27 al Justus Lipsius sul futuro delle relazioni transatlantiche i toni sono saliti di decibel. Groenlandia, dazi, diritto internazionale calpestato: “ora basta” batte i pugni Macron e con lui lo spagnolo Sanchez. Il francese suggerisce di prepararsi per la prossima minaccia del leader americano: meglio caricare il “bazooka”, la rappresaglia commerciale europea contro l’export e le aziende Usa. Perfino la Polonia di Tusk, solitamente cauta, apre all’idea.

Il no al bazooka

Meloni è di tutt’altro avviso. Riconosce che l’Europa deve farsi rispettare. Ma coglie l’occasione per una sonora strigliata all’Unione: «Se siamo arrivati a questo punto è perché negli anni l’Europa si è mostrata debole» è il senso del discorso. Sotto mano ha l’intesa fra Italia e Germania, celebrata ieri a Roma, per riformare dalle fondamenta l’Unione. «La prima cosa da fare è rafforzare internamente la nostra difesa e la competitività europea» prosegue Meloni. E con una frecciata al presidente francese con gli occhiali da sole spiega che «una guerra commerciale fra Europa e Stati Uniti non conviene a nessuno». Né fiori né bazooka. Con il “dealer” Trump bisogna trattare. Finché si può.


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