19.01.2026
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Politics

Alberto Trentini, la tela di Meloni con gli Usa per la liberazione e la chiamata alla mamma: «Armanda, stavolta è fatta»


ROMA «Armanda, hai visto? Finalmente ce l’abbiamo fatta…». La telefonata di Giorgia Meloni a mamma e papà Trentini, la voce rotta dalla commozione, arriva attorno alle 4.30 del mattino di lunedì, dopo una notte insonne. Anche a casa Trentini, in una stradina del Lido di Venezia, la luce è rimasta sempre accesa quando fuori era buio, come viva è rimasta la speranza di riabbracciare Alberto in questi 423 giorni di prigionia. Accadrà questa mattina all’aeroporto di Ciampino, dove per l’occasione ci sarà anche la premier, al fianco di Armanda e di papà Ezio, arrivati già ieri a Roma.

Destini incrociati

L’accelerazione decisiva è stata impressa nelle 24 ore antecedenti al rilascio del cooperante italiano e di Mario Burlò, l’imprenditore torinese liberato dopo 14 mesi nel carcere Rodeo 1 dove era stato recluso qualche giorno dopo Trentini, due destini incrociati nello stesso penitenziario di massima sicurezza alle porte di Caracas. Da venerdì scorso ogni momento era considerato buono per il rilascio del cooperante italiano, ma è nella notte tra sabato e domenica che ai massimi vertici del governo si ha la certezza che stavolta sia solo questione di ore.

L’attesa, molto più di una speranza, prende il la dopo un messaggio arrivato dritto e chiaro degli uomini della nostra Intelligence di stanza nella capitale venezuelana: «ci siamo». Meloni trascorre l’intera domenica al telefono, h24. Non chiude occhio, in costante contatto con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il sottosegretario con delega ai servizi Alfredo Mantovano, l’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, il consigliere diplomatico Fabrizio Saggio.

Gioco di squadra

È il momento culminante di un gioco di squadra che in questi mesi ha visto triangolare senza sosta Farnesina, Palazzo Chigi, lntelligence nonché la Chiesa di Roma, con l’arcivescovo di Caracas Monsignor Raùl Biord Castillo impegnato in prima linea. In uno sfibrante lavorio e continui stop and go. Anche quando a sera si ha la certezza che Trentini lascerà il carcere, la linea del rigore a Roma rimane ferma. «Non farsi illusioni», la parola d’ordine, finché il cooperante veneziano non sarà al sicuro negli uffici dell’ambasciata.

Perché la situazione a Caracas è esplosiva, con le milizie armate pro Maduro che infiammano le strade. Per questo, solo quando Trentini e Burlò mettono piede all’embajada de Italia nel quartiere las Mercedes, De Vito informa Tajani, che a sua volta chiama la presidente del Consiglio in attesa della buona notizia nella sua casa al Torrino.

La svolta decisiva

La svolta decisiva arriva con l’arresto di Nicolás Maduro dello scorso 2 gennaio. A Roma il pensiero corre subito a Trentini e gli altri italiani dietro le sbarre venezuelane, di cui dodici per ragioni politiche, accusati di aver tramato contro un regime sanguinario. Una medaglia da appuntare sul petto tramatuta in manette.

Il canale con Washington è aperto. Si spera che anche stavolta, esattamente come un anno fa per la liberazione di Cecilia Sala, la Casa Bianca giochi un ruolo decisivo, servendo all’Italia l’assist che attende. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, del resto, ha alimentato l’ottimismo di Roma, parlando dei detenuti reclusi in Venezuela con Tajani. Il lavoro per arrivare alla liberazione di Trentini si fa incessante: si lavora h24, sette giorni su sette per vederlo tornare a casa.

Il 4 gennaio, a due giorni dall’arresto di Maduro, la premier Meloni sente al telefono la leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la pace Maria Corina Machado, per sondare le prospettive di una transizione pacifica e democratica a Caracas. Nella stessa giornata un dossier interno a Fdi, il partito della premier, auspica che gli esponenti del regime di Maduro depongano le armi per riconoscere il Presidente legittimamente eletto Edmundo González Urrutia, braccio destro di Machado. Ma in Venezuela va in onda un altro film.

Trump scommette su Delcy Rodriguez, la vicepresidente di Maduro alla quale affida la guida del paese ad interim. La presidente del Consiglio capisce che deve puntare su di lei per evitare inciampi ed accelerare la scarcerazione di Trentini e gli altri, «legittimare» la sua leadership per arrivare a dama. Quindi avvia contatti, ringrazia Rodriguez pubblicamente quando scatta la liberazione dei detenuti italiani, auspicando «una nuova stagione di relazioni costruttive fra Roma e Caracas». La chiave per liberare delle manette Trentini e gli altri passa da lì.

Doppio binario

L’Intelligence intanto gioca il suo ruolo attivo, lo stesso fanno la Farnesina e Palazzo Chigi, con il sottosegretario Mantovano in prima linea. Ci si muove su un doppio binario, tra Venezuela e Washington. Entrambi decisivi per la liberazione di Trentini e Burlò, come per gli altri italiani ancora detenuti nelle carcere venezuelane. Anche se, in queste ore, si preferisce valorizzare il ruolo di Caracas, lasciando gli Usa sotto traccia.

Perché ora la priorità, spiegano da Palazzo Chigi, «è pensare agli italiani ancora dietro le sbarre: non sono figli di un Dio minore». Ed è forse anche per questo che ieri Meloni si è guardata bene dall’incontrare la pasionaria Machado, ricevuta in udienza in Vaticano da Papa Leone XIV.

Ileana Sciarra


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