Nella Sala dell’Accademia della Scherma — Casa delle Armi, allestita nel cuore del Parco del Foro Italico, non ci sono solo ministri e membri del governo: spiccano fasce tricolore indosso a giovani sindache, sportive in divisa, studentesse del liceo, musicisti e volontari del servizio civile. Tutti parte di una grande festa che affonda le sue radici ben ottant’anni fa, con il primo voto delle donne italiane. Qui, dove il ministero per le Pari Opportunità e quello dello Sport hanno deciso di organizzare la cerimonia per la ricorrenza, nessuno è venuto solo per “spolverare” un ricordo antico. Semmai per riannodare i fili che continuano a legarlo al presente, perché le battaglie di ieri sono, per certi versi, anche battaglie dell’oggi.
La crisi
Lo spiega Giorgia Meloni nel suo intervento, volgendo lo sguardo all’Iran: «Viviamo una nuova pericolosa crisi internazionale. Il nostro pensiero non può non andare alle donne e alle ragazze iraniane, che affrontano carcere e tortura per rivendicare la loro libertà. Ci ricordano con la loro tenacia quanto preziose siano le conquiste che noi siamo riuscite a ottenere». Presente e passato in un discorso di dieci minuti che parte da Anna Garofalo, infermiera volontaria durante la seconda Guerra mondiale — e il suo racconto dell’«autorità silenziosa» delle schede di voto — e si chiude con Virginia Woolf: «Non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente». La premier ripercorre i principali «fotogrammi» di un «viaggio non ancora concluso». A partire dal 10 marzo 1946 — prime elezioni amministrative a suffragio universale — in cui sei donne hanno potuto cominciare a vestire la fascia da prime cittadine. Un percorso che ha portato, 76 anni dopo, a eleggere il primo presidente del Consiglio donna: «Io non potrei essere dove sono e molte delle donne che vedo in questa sala non potrebbero essere dove sono, se non fosse stato — scandisce — per tutte le donne che prima di noi non hanno avuto paura di dimostrare il loro valore». L’elenco delle misure pensate dal governo per le donne è lungo, e include congedi parentali, sgravi per gli asili nido, de-contribuzione per le mamme lavoratrici, lotta al femminicidio. Tutte parte di una battaglia, ammette Meloni, «ancora da vincere»: quella per «una reale parità nelle condizioni di partenza» e «una società autenticamente meritocratica». E che, a detta della leader di Fdi, non passa per le quote rosa perché «il compito dello Stato» non è quello di stabilire «a tavolino» quante donne debbano ricoprire un ruolo, ma garantire che «la partita non sia truccata».
Politica, quindi, ma non solo. A scandire i diversi panel la Nuova Orchestra Alessandro Scarlatti. Ma è fatto di sola voce il momento più toccante: quando tocca ad Arisa intonare a cappella l’inno italiano. Sul palco poi le sportive azzurre: Federica Brignone, Deborah Compagnoni, Manuela Centa e Francesca Lollobrigida, pronta a rivendicare la sua storia «di mamma atleta». E d’altronde, a inizio evento lo aveva messo in chiaro anche il padrone di casa, il ministro Andrea Abodi: «Lo sport deve essere emblema di pari opportunità».
Libertà
Mentre l’altra padrona di casa, Eugenia Roccella, citando Gaber («libertà è partecipazione) ricorda che il voto è «il modo migliore per celebrare quelle donne» che nel 1946 si sono recate per la prima volta alle urne. Poi le sindache di oggi, come Vittoria Ferdinandi, alla guida di Perugia, che pensa alle prossime sfide: «Le donne amministrano solo il 20% dei Comuni, bisogna fare altri passi avanti». Nello stuolo di ministri e ministre presenti c’è anche Elisabetta Casellati, la prima presidente del Senato donna, che guarda oltre i progressi ottenuti sulla carta: «I diritti non nascono solo nelle aule parlamentari. Nascono nella vita concreta delle donne che non si sono piegate, che hanno aperto varchi». Ognuno attinge ad esempi illustri: Luca Ciriani cita Paola Del Din, partigiana friulana della Brigata Osoppo, prima donna paracadutista in Italia a fare un lancio di guerra; Valditara ricorda il ruolo di Giuseppina Pizzigoni, che ragionò sui primi asili nido e sull’avviamento al lavoro; Bernini tira in ballo la figura della matematica Augusta Ada Byron, definita «l’incantatrice dei numeri». Storie di donne che parlano di noi, e di un’eredità senza tempo.
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