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Antonio Pisante, fondatore e CEO di Yellow Tech, ha appena concluso un periodo di studio in Cina, con oltre 30 incontri tra laboratori di ricerca e aziende AI, tra cui Kimi/Moonshot AI e AGIBOT.
Cosa l’ha spinta a farlo, e cosa ha trovato?
Non è stato un viaggio di rappresentanza, né una serie di visite di cortesia. È il modo di lavorare che porto avanti da quando ho iniziato a occuparmi di intelligenza artificiale: per guidare imprese innovative non basta osservare la tecnologia da lontano o affidarsi a percezioni superficiali e titoli di giornale. Serve andare a vedere di persona come si muovono davvero i laboratori e le aziende che stanno definendo la frontiera, confrontarsi con chi la costruisce giorno dopo giorno. In Cina si concentra oggi una quota sproporzionata della ricerca e del trasferimento tecnologico che sta ridisegnando l’intelligenza artificiale. Non parlo solo di modelli, ma di come la ricerca accademica, i laboratori privati e l’industria manifatturiera collaborano per portare rapidamente un’idea dal paper al prodotto, e dal prodotto alla fabbrica. È un ecosistema che si muove a una velocità difficile da percepire dall’Italia, e che meritava di essere osservato direttamente prima di trarre conclusioni.
Si dice spesso che la Cina, in ambito tecnologico, si limiti a copiare l’Occidente. È d’accordo?
Chi fa innovazione oggi non può permettersi di ignorare la Cina. Le idee nuove continuano a nascere in America, dove un ambiente aperto e libero le fa emergere. La Cina però prende quelle idee, le rende efficienti e le porta su una scala che nessun altro paese regge. Chiamarlo copiare è comodo, ed è anche il motivo per cui in Europa continuiamo a sottovalutarli.
Il suo viaggio è partito da due domande precise: una sui modelli open-weight, l’altra sulla robotica fisica. Cosa ha scoperto su questi due fronti?
Sono partito da due domande, che mi hanno guidato incontro dopo incontro. La prima riguarda i modelli open-weight, che oggi coprono già oltre il 90% dei task aziendali con cui lavoriamo: perché i laboratori cinesi scelgono di rilasciarli gratuitamente, quanto potrà durare questo approccio e cosa verrà dopo. Per le aziende italiane ed europee la posta in gioco è alta: modelli potenti eseguibili sulla propria infrastruttura, costi ridotti, maggiore controllo sui dati. Non è un caso che i migliori modelli open-weight al mondo, da Kimi a GLM, da DeepSeek a Qwen fino a MiniMax, nascano quasi tutti in Cina, mentre in Europa e in Italia restiamo in larga parte utilizzatori di tecnologie sviluppate altrove.
La seconda domanda riguarda il possibile “ChatGPT moment” della robotica fisica. In Cina la physical AI è già tangibile: umanoidi che lavorano in fabbrica, robot che si muovono per strada, una supply chain che itera a velocità che in Europa consideriamo ancora sperimentali. Volevo capire quanto fosse vicino questo salto di qualità e, soprattutto, quando le aziende italiane dovranno iniziare a considerarlo seriamente nei propri piani di investimento, invece di scoprirlo quando sarà già maturo altrove. In Cina stanno pensando a scommesse di lungo termine, investono nei settori strategici per lo Stato e hanno dato una direzione forte sulle automobili, sugli umanoidi e su altri fronti. È un gioco lungo, che viene da scommesse fatte anni fa. In Europa invece siamo abbastanza ciechi sul lungo termine, tutte le scommesse che facciamo sono di molto breve termine, se ci va bene a 5 anni.
Cosa significa tutto questo per l’Europa e per l’Italia, in concreto?
Dietro entrambe le domande c’era lo stesso interrogativo di fondo: “dove si colloca l’Europa, e dove si colloca l’Italia, in questa mappa della ricerca e del trasferimento tecnologico?” Non credo che la risposta sia rincorrere la Cina sul suo stesso terreno, ma nemmeno ignorare la velocità con cui certi vantaggi competitivi si stanno formando. Le aziende italiane possono ancora scegliere consapevolmente quali tecnologie adottare, con quale grado di controllo sui propri dati e sulla propria infrastruttura, ma solo se capiscono davvero cosa sta succedendo, non se si limitano a leggerne i titoli.
Come si traduce questo approccio nel lavoro quotidiano di Yellow Tech?
È un principio che applichiamo anche in Yellow Tech. Trattiamo l’aggiornamento sulla frontiera dell’AI come parte del lavoro quotidiano, ed è la logica che ci ha portati a restare vendor-agnostic, nessun fornitore fisso, nessun obbligo di utilizzare solo modelli statunitensi. Oggi il modello migliore per un progetto può arrivare da qualsiasi parte del mondo, e chi non guarda in tutte le direzioni se ne accorgerà tardi.
COSA È YELLOW TECH
Yellow Tech nasce a Milano nell’aprile 2024 per mano di Antonio Pisante, founder unico e CEO. È la AI transformation company italiana: aiuta le organizzazioni ad adottare l’intelligenza artificiale su due fronti, le persone (formazione e AI Adoption) e i processi (agenti AI verticali per customer care, gestione documentale, vendite e compliance).
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