28.10.2026
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Politics

adotta il “modello referendum” per i ricorsi alla Consulta


È stato congegnato per la separazione delle carriere, ma questo non vuol dire che non si possa replicare altrove, sperando di ottenere risultati simili. Nel campo progressista parlano da tempo di «metodo referendum». Servirà a contrastare la nuova legge elettorale su un duplice piano: a suon di ricorsi giuridici e tramite la mobilitazione della società civile. Esattamente come è stato per la riforma che prometteva di differenziare i percorsi di pm e giudici, bocciata alle urne.

La conferenza

A guidare il primo fronte, quello giuridico, ci sono molti di quei costituzionalisti già presenti nel Comitato direttivo per il No alla riforma della giustizia. Due su tutti: Enrico Grosso e Roberto Zaccaria. Che già ai tempi delle audizioni alla Camera avevano manifestato la loro contrarietà nel merito. Saranno loro, lunedì, insieme all’avvocato Pietro Adami, a spiegare l’iter e i contenuti dei ricorsi costituzionali sullo Stabilicum, «già pronti per essere depositati». E il plurale è d’obbligo: nei tribunali dei 29 distretti della Corte d’Appello gli avvocati coordinati da Adami avranno il compito di sollevare singoli ricorsi. Sottoscritti da cittadini comuni, ma anche da personaggi noti: è il caso di Tomaso Montanari o Luciano Canfora.

A pesare, viene spiegato, potrebbero essere ancor di più le sottoscrizioni di altri costituzionalisti, visto che per aprire la porta che conduce alla Consulta serve dimostrare «la non manifesta infondatezza» della questione posta. Nella saletta di Montecitorio, appuntamento ore 13, i professori non saranno soli. Ad affiancarli ci saranno i rappresentanti del campo progressista: la dem Simona Bonafè, Maria Elena Boschi per Italia viva, il leader di Più Europa Riccardo Magi. E ancora, la pentastellata Alessandra Maiorino e Filiberto Zaratti per Avs.

Non si tratta del primo atto di mobilitazione: Democrazia costituzionale (l’associazione che riunisce i costituzionalisti) ha già svolto due iniziative con Demo, l’associazione guidata dal deputato Pd, Gianni Cuperlo: la prima a Roma, in estate; la seconda, quindici giorni fa a Milano. Anche perché muoversi in punta di diritto non basta: l’obiettivo è anche costruire un’opinione di dissenso nella società civile. E qui entrano in gioco i sindacati e le associazioni della società civile, altri protagonisti indiscussi della trascorsa campagna referendaria.

In programma per il 17 ottobre c’è già una manifestazione nazionale indetta da Via Maestra, la rete composta dalla Cgil e oltre cento associazioni. Lo scopo? «Rilanciare un nuovo protagonismo sociale per la difesa della Costituzione». E qui non è detto che non si palesi pure qualche leader di partito. Il segretario confederale della Cgil, Christian Ferrari, non ci ha girato attorno, definendo quella sulla legge elettorale «una forzatura» a fronte di «gravi profili di incostituzionalità». Stesso spartito seguito dalle Acli: «Lo Stabilicum predilige la stabilità, o presunta tale, a scapito della rappresentanza, e forza in più parti il dettato costituzionale e la giurisprudenza della Corte costituzionale».

I tempi del campo largo

Il gong finale allo Stabilicum, se da un lato permette al campo largo di far affidamento sulla grande macchina del dissenso (giuridico e civile), dall’altro fa venire al pettine tutti i nodi interni ancora da sciogliere e rinviati, fino a ieri, a «dopo l’approvazione della riforma». «Quando si riunirà il tavolo di coalizione?», il refrain che ritorna nelle domande che rimbalzano di capanello in capanello.

Non si sottrae Angelo Bonelli, reduce di un confronto con Elly Schlein, dopo il pranzo a tre (oltre a lui, Fratoianni e Conte) andato in scena il giorno prima, in assenza della leader dem. Ai cronisti il leader di Avs spiega che «i programmi ci sono», e che «bisogna solo metterli insieme». La questione semmai è «chiudere il perimetro dell’alleanza. Il tema è la composizione di una o di due liste di centro».

A sera però, ancora una volta, è Giuseppe Conte a bruciare sul tempo gli alleati definendo la road map, a partire dalla considerazione un po’ amara che «se primarie devono essere» è necessario concentrarsi sul programma. Con che tempi? «Un attimo dopo» che Avs avrà presentato il suo programma ed Elly Schlein avrà ottenuto la proroga del suo mandato da segretaria da parte dell’assemblea dem. Eventi entrambi in programma per il 18 ottobre. La diatriba sulla leadership, a partire dal recente incontro nel quale il leader M5S avrebbe avanzato la possibilità di un federatore ricevendo il niet di Schlein, fa fatica a chiudersi.

Se dalle parti del Nazareno confermano che in quell’occasione si sarebbe parlato solo di primarie, l’ex premier, nel salotto di Bruno Vespa, è tornato a ribadire la sua versione citando testualmente le parole utilizzate: «Ho detto: facciamo un passo indietro, sei disponibile? Lo facciamo entrambi, per senso di responsabilità». Nessun riferimento diretto, invece, a Roberto Gualtieri, da molti avvalorato come il profilo che potrebbe metter d’accordo tutto lo schieramento. Un tema, quello del nome terzo, che avvicina il M5S e Avs. Non è un caso che ancora ieri, Bonelli abbia ribadito di aver espresso alla segretaria «profonda preoccupazione» per le primarie, che rischiano di «amplificare le differenze».

Che il via libera allo Stabilicum abbia rappresentato un tornante politico anche per il centrosinistra — e non solo per Giorgia Meloni — lo dimostra lo stuolo di big dem accorsi in Transatlantico: da Dario Franceschini a Nicola Zingaretti, che subito ha incassato la battuta di quelli che lo vedrebbero al posto di Gualtieri se lui, il primo cittadino della Capitale, scendesse in campo: «Pronto a fare il sindaco di Roma?». Quel che è certo è che per risolvere tutti i dossier aperti sul tavolo — dal programma ai gazebo — non si potrà attendere la Consulta.


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