28.10.2026
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Economy

«Sull’intelligenza artificiale c’è un rischio bolla ma è stato così per tutte le grandi innovazioni»


Jeremy Grantham ha previsto quasi tutte le grandi bolle speculative dagli anni Ottanta in poi. Oggi, alla guida di GMO, fondo da circa 65 miliardi di dollari con sede a Boston, non ha dubbi: quella che stiamo vivendo è una delle più grandi bolle della storia recente. Lo dice sulla base di uno studio che analizza centinaia di casi simili, distribuiti tra mercati, epoche e classi di attività diverse.

«Da sempre — racconta — definiamo una bolla come una deviazione di due deviazioni standard rispetto al trend reale di lungo periodo di un asset. E il mercato azionario statunitense è ormai da tempo in territorio di bolla». La storia, sottolinea, è coerente: «Nei grandi mercati azionari sviluppati, tutte le bolle di questo tipo sono prima o poi scoppiate e i prezzi sono tornati sul trend precedente». È successo nel 1929, nel 1972 e nel 2000, così come nel mercato immobiliare americano nel 2006.

Questa volta, però, c’è qualcosa di diverso. «Dal picco di dicembre 2021 avremmo dovuto assistere a una completa normalizzazione», osserva Grantham. «Invece non è accaduto». I segnali classici c’erano tutti: «speculazione folle, come quella sui meme stock, seguita dal crollo dei titoli più rischiosi». Anche il bear market del 2022 è arrivato, «-25% sull’S&P 500, -35% sui titoli growth». Ma è durato poco. «È stato, per così dire, stroncato sul nascere dall’arrivo di ChatGPT». «L’intelligenza artificiale ha avuto sull’equilibrio del mercato l’effetto di un razzo a più stadi».

Nulla di nuovo, aggiunge: «La regola della storia è che le grandi innovazioni tecnologiche producono grandi bolle». È successo con le ferrovie, con l’elettricità, con Internet. E l’IA, forse «l’innovazione più visibilmente straordinaria degli ultimi cento anni», non fa eccezione. Questo non significa che sia destinata a fallire. «Anche in passato le tecnologie più promettenti hanno attraversato bolle e crolli prima di maturare davvero», ha aggiunto.

Il problema, conclude Grantham, è che i mercati non sanno anticipare il cambiamento: tendono a proiettare il presente all’infinito. Oggi gli investitori danno per scontati utili record, crescita continua e progressi tecnologici inarrestabili. Ma quando la fiducia raggiunge il limite, l’aggiustamento può essere brusco. I segnali classici di fine bolla non sono ancora tutti visibili. Ed è proprio questo, avverte, a rendere la situazione ancora più insidiosa.


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