Ormai è chiaro. Per l’amministrazione americana è un nervo scoperto. Forse il principale. Il debito pubblico. Vale oltre 37 mila miliardi e quest’anno ce ne sono da rifinanziare, tra quello che va a scadenza e quello nuovo, circa diecimila. Per l’amministrazione Trump è vitale rinnovarlo ai tassi più bassi possibili. Un battito d’ali in qualsiasi parte del mondo su questo fronte può causare tempeste a Washington.
Qualche giorno fa a Davos, durante il suo intervento fiume, tra le altre cose Donald Trump ha avvisato gli europei di non farsi venire in mente di disfarsi dei T-Bond americani. Altrimenti, ha detto, «ci saranno ritorsioni». Una reazione alla decisione del fondo pensione degli accademici danesi, AkademikerPension, di vendere i 100 milioni di Treasury che aveva in portafoglio. Un episodio forse marginale, ma che dà il segno concreto del nervosismo americano.
Più rilevante invece quello che sta accadendo con il Giappone. E non solo perché Tokio, con i suoi 1.200 miliardi, è il principale detentore di debito americano (la Cina, che un tempo dominava la classifica, è da tempo in ritirata), ma anche perché con la sua politica dei tassi zero (e sottozero) per anni ha consentito ai grandi fondi internazionali la pratica molto remunerativa del “carry trade”. È un meccanismo per cui ci si indebita in yen a tassi bassissimi, si converte in dollari e si reinveste in attività che danno un rendimento maggiore a partire dai T-Bond. In questo modo si lucra la differenza e, contemporaneamente, si sostiene il debito americano.
Washington insomma, non può permettersi che si generi instabilità valutaria in Giappone. Il rischio è troppo alto. Così nei giorni scorsi lo yen è andato sulle montagne russe. Prima è andato giù, poi è rapidamente risalito. Sui mercati si sono diffuse le voci di un possibile intervento congiunto tra la Fed americana e la Bank of Japan, a sostegno della moneta nipponica. Una sorta di “whatever it takes” sussurrato in un orecchio, ma arrivato chiaro a chi doveva ascoltarlo.
Il problema non è mai un altro. Le turbolenze giapponesi non potranno essere risolte con un post su Truth o qualche minaccia estemporanea. La ragione è che la premier nipponica Sanae Takaichi, ha convocato elezioni anticipate a febbraio. E per vincerle ha promesso una politica fiscale fortemente espansiva. Un maxi pacchetto di stimoli, tra i quali l’azzeramento della tassa sui consumi, da calare su un Paese il cui debito è già al 230 per cento del Pil. Per mantenere le promesse sarà necessario emettere nuovi titoli, per sottoscrivere i quali gli investitori hanno già iniziato a chiedere tassi più elevati. Il titolo di Stato decennale è salito a quasi il 2,3 per cento, il livello più alto dal 1997. I titoli a 40 anni rendono addirittura oltre il quattro per cento.
Il meccanismo
Qui si torna al punto di partenza. Se aumenta il rendimento in Giappone, rischia di incepparsi il meccanismo del “carry trade”. Il Giappone insomma, andrà ad aggiungere debito ad un mondo che di debito ne ha già tanto e continua a farne. Lo ha ricordato, sempre a Davos, la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva durante il panel “Global Economic Outlook”. «La situazione è piuttosto semplice», ha detto. «Il debito pubblico ha raggiunto livelli intorno al 100 per cento del Pil e la crescita non è abbastanza forte. Questo crea un problema». E non soltanto agli americani. Che ancora continua a “tifare” per un dollaro debole. Ieri l’euro ha raggiunto la soglia di 1,2 euro. Non accadeva dal 2021.
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