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A un anno dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il quadro macroeconomico americano offre meno dramma di quanto temuto dai critici e meno trionfalismo di quanto promesso dai sostenitori. È questa, in sintesi, la conclusione dello studio “Un anno di Trump: un bilancio provvisorio” elaborato da Vladimiro Giacchè responsabile dell’ufficio studio della Banca del Fucino e da Michele Tonoletti.
Il punto di partenza: due economie, due squilibri.
Il raffronto con l’Italia aiuta a mettere in prospettiva i numeri. Gli Stati Uniti restano un’economia da circa 28-29 trilioni di dollari, contro i poco più di 2 trilioni dell’Italia: una scala incomparabile, ma con fragilità speculari.
Sul fronte dei conti pubblici, Washington presenta un rapporto deficit/Pil strutturalmente più elevato rispetto a Roma, mentre il debito/Pil italiano rimane significativamente più alto in termini di stock. In altre parole: gli Stati Uniti hanno più spazio fiscale grazie alla forza del dollaro e alla centralità dei Treasury, ma finanziano la crescita con disavanzi ampi; l’Italia, al contrario, è vincolata da un debito elevato ma mantiene deficit più contenuti.
È in questo contesto che il 20 gennaio 2025 Trump ha avviato il suo secondo mandato, promettendo di affrontare nodi irrisolti almeno dalla crisi del 2008: declino manifatturiero, deficit commerciale, squilibri fiscali e ruolo internazionale del dollaro.
I dati consuntivi del 2025 smentiscono le previsioni più fosche. La crescita si è attestata al 2,2%, la disoccupazione è rimasta sotto il 4,5% e l’inflazione – temuta in forte rialzo per effetto dei dazi – si è mantenuta mediamente sotto i livelli del 2024, pur con rincari marcati su beni intermedi e strumentali.
La produzione manifatturiera è tornata a crescere (+2,6% su base annua a gennaio 2026), interrompendo oltre due anni di contrazione. Anche il deficit commerciale complessivo, pur restando ampio (901,5 miliardi), ha smesso di deteriorarsi al ritmo osservato nel 2024.
La narrativa del “crollo imminente” dell’economia americana non ha trovato riscontro nei numeri.
Eppure, neppure la lettura ottimistica regge a un’analisi più fine.
La ripresa manifatturiera non si è tradotta in maggiore occupazione: il settore ha perso 108 mila posti in un anno. Il deficit commerciale di beni è addirittura peggiorato, passando da 1.215,4 a 1.240,9 miliardi, nonostante l’imposizione di dazi. La crescita e l’occupazione hanno mostrato un rallentamento nel corso dell’anno.
Sul fronte finanziario, le performance di borsa sono risultate inferiori al 2024 e, per gli investitori esteri, il quadro è stato aggravato da una svalutazione del dollaro del 15% rispetto all’euro. Un indebolimento che, se da un lato sostiene la competitività, dall’altro erode l’attrattività degli asset denominati in valuta americana.
Più deludente ancora il capitolo conti pubblici: deficit e debito non hanno mostrato miglioramenti significativi, segno che le leve utilizzate – in primis i dazi – non incidono direttamente sulla dinamica della spesa e delle entrate federali.
Il secondo mandato Trump si è caratterizzato per uno stile fortemente assertivo: annunci di dazi su vasta scala, sospensioni e retromarce, scontri ripetuti con la Federal Reserve, tensioni commerciali con partner strategici, in particolare la Cina.
Eppure, al di là della cifra comunicativa, i problemi affrontati restano quelli ereditati dalle amministrazioni precedenti. Il riequilibrio industriale e commerciale si conferma un obiettivo di medio-lungo periodo, difficilmente comprimibile nell’arco di dodici mesi, soprattutto in un’economia globale frammentata.
Le prospettive restano dominate dall’incertezza. La politica dei dazi è stata oggetto di rilievi da parte della Corte Suprema, e l’esito della controversia potrebbe ridisegnare l’intera strategia commerciale. Con diversi partner – Cina in primis – mancano ancora accordi definitivi.
Sul piano geopolitico, la guerra in Medio Oriente aggiunge un ulteriore fattore di rischio, con potenziali ripercussioni su energia, inflazione e mercati finanziari globali.
Il bilancio tracciato dalla Banca del Fucino è dunque equilibrato: nessuna catastrofe, ma nemmeno la svolta strutturale promessa. L’economia americana ha dimostrato resilienza; resta da capire se le politiche adottate saranno in grado di trasformare questa resilienza in un riequilibrio duraturo – o se il 2025 resterà solo un anno di transizione, sospeso tra shock annunciati e risultati parziali.
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