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Tlc, meno lacci per le fusioni: l’Ue spinge il consolidamento


La svolta è tra le righe del comunicato finale del vertice europeo nel castello di Alden Biesen. Già entro marzo i capi di Stato dei Paesi del Vecchio Continente, vogliono arrivare ad un nuovo regolamento che faciliti le fusioni transfrontaliere. E lo faccia soprattutto in alcuni settori, uno in particolare: le Telco.

Da anni le regole antitrust bloccano la crescita delle società del settore e hanno ingabbiato gli operatori in una mortale “guerra dei prezzi” che ne ha fiaccato le capacità di investimento. L’Italia da questo punto di vista ne è un caso esemplare.

Dal 2010 a oggi, ha ricordato Asstel, l’associazione confindustriale delle società di telecomunicazione, il settore ha perso oltre il 30 per cento, circa 14 miliardi di euro, di ricavi, a fronte di oltre 114,8 miliardi di euro di investimenti complessivi, in un contesto caratterizzato da un costo del capitale in costante crescita, passato dal 7,3 per cento nel 2019 all’8,1 per cento nel 20223.

L’andamento

Non è che in Europa le cose vadano molto meglio. Uno studio di Arthur D. Little ha rilevato come le Telco europee abbiano registrato una crescita media annua dei ricavi di circa l’1 per cento a fronte di una riduzione della capitalizzazione media di circa l’1,8 per cento all’anno. E questo mentre le grandi piattaforme tecnologiche, le Big Tech, hanno registrato impennate del loro valore in Borsa del 36 per cento l’anno. Non c’è partita.

Anche perché, a pesare sul settore, è stato soprattutto l’obbligo imposto dall’Antitrust europeo, per lungo tempo guidato da Margharet Vestager e ora da Teresa Ribera, che in ogni Paese ci fossero almeno quattro operatori di telefonia mobile infrastrutturati.

In Italia la fusione tra Wind e Tre è stata autorizzata solo a condizione che entrasse un nuovo operatore nel mercato, Iliad. E proprio per l’operatore francese, posseduto da Xavier Niel, potrebbe essere al centro della prossima operazione di fusione dopo quella tra Fastweb e Vodafone.

Eppure, questo consolidamento tra gli operatori per creare dei campioni europei, auspicato anche dal Rapporto Draghi (nel suo rapporto aveva evidenziato la frammentazione del mercato europeo, con oltre 100 operatori che servono in media 5 milioni di abbonati ciascuno, contro i 450 milioni per operatore in Cina e i 110 milioni negli Stati Uniti), sembra essere ancora mal digerito dalla direzione competizione della Commissione europea.

Gli economisti della Dg Comp qualche giorno fa hanno pubblicato uno studio che, a loro dire, dimostrerebbe che nonostante tutti i vincoli, il capitale investito dalle società europee di telecomunicazione è stato ben remunerato. Numeri ovviamente contestati dalle stesse società che da anni faticano a tenere in piedi i bilanci.

Il passaggio

La questione, a questo punto, sembra essere politica. I capi di governo, rappresentati nel Consiglio europeo, hanno deciso di prendere loro in mano il pallino, lasciando alla Commissione il solo ruolo esecutivo delle decisioni prese dai governi.

I regolamenti che Bruxelles dovrà scrivere, insomma, dovranno rispecchiare le decisioni che verranno prese dal Consiglio europeo. Il prossimo, decisivo per le fusioni transfrontaliere, ci sarà il 19 marzo.

Da lì si capirà se si potrà invertire il trend che ha frenato gli investimenti in nuove reti 5G e in fibra, facendo pagare all’Europa lo scotto di un ritardo di diffusione di reti ultrabroadband fisse e mobili rispetto a Usa e Cina.


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