Sguardo in camera, voce ferma. E dito puntato contro la «parte politicizzata della magistratura». Torna ad attaccare le toghe, Giorgia Meloni. Colpevoli, affonda la premier, di «ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa». Lo fa con un video che atterra a sera sui suoi canali social, per parlare alla base e dire la sua una notizia di qualche giorno fa. Il caso è quello di un cittadino algerino «irregolare in Italia» con «alle spalle 23 condanne, tra le quali lesioni per aver picchiato una donna a calci e pugni», destinatario di un provvedimento di espulsione e per questo trattenuto prima nel cpr di Gradisca d’Isonzo, poi per un mese nel centro di Gjader, in Albania. Per i giudici del tribunale di Roma, però, quel trasferimento era illegittimo, motivo per cui il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire il migrante con 700 euro.
«Io – affonda Meloni via social – penso che sia lecito chiedersi come si possa contrastare seriamente l’immigrazione illegale se chi viola ripetutamente la legge resta nel nostro territorio, e lo Stato viene addirittura sanzionato per aver provato a far rispettare le regole». Da una parte insomma, per Meloni, c’è il governo che lavora con «determinazione» per «ristabilire regole chiare e farle rispettare», perché «accogliere chi ha diritto è doveroso, rispettare le leggi italiane è indispensabile e chi non intende farlo non è benvenuto in Italia». Dall’altra invece quella «parte politicizzata della magistratura» che ne «ostacola» l’azione. Un messaggio che arriva nel bel mezzo della campagna per il referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo, per il quale la premier è pronta a scendere in campo in prima persona nelle prossime settimane. E che suona in modo non troppo velato come una chiamata alla armi per il Sì.
Altra benzina sul fuoco, nel giorno in cui le opposizioni mettono nel mirino il guardasigilli Nordio. Sulla graticola sia per la richiesta del ministero della Giustizia all’Anm di avere i nomi dei finanziatori del comitato per il No (tema su cui il Pd ha presentato un’interrogazione al ministro), sia per l’indiscrezione del Domani secondo cui a via Arenula si stanno già limando le bozze dei decreti attuativi della riforma per definire il meccanismo di elezione dei nuovi Csm, utili in caso di vittoria del Sì. Regole che il governo aveva annunciato sarebbero state oggetto di confronto con le toghe. «Nulla di definitivo – ha provato a rassicurare Nordio di fronte al fuoco di fila di Pd, M5S e Avs – Solo delle bozze preparatorie per non arrivare impreparati», sulle quali in ogni caso è «apertissimo e auspicabile il dialogo».
Chi invece sul referendum tenta a sorpresa di svelenire il clima è Matteo Salvini. Che dopo aver bacchettato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri per quell’uscita sugli «indagati, imputati, massoneria e centri di potere deviati» che «votano sì», invita pure il collega di governo ad abbassare i toni. «Come ho commentato le parole di Gratteri, commento anche quelle di Nordio: evitiamo aggettivi, attacchi e insulti e parliamo del merito», esorta il leader leghista, a proposito delle frasi del guardasigilli sul sistema «para-mafioso» oggi in vigore al Csm. «Vedo molto nervosismo a sinistra e in certi ambienti della magistratura», prosegue Salvini: «Conto che tutti abbiano toni più tranquilli».
Appello che però, almeno per il momento, pare destinato a cadere nel vuoto. Almeno a leggere la risposta di Nordio a un’interrogazione scritta presentata da alcuni esponenti di Forza Italia in merito al post – poi rimosso – del segretario generale dell’Anm Rocco Maruotti, che metteva in relazione il referendum con i fatti di Minneapolis in cui sono morte due persone. Un accostamento che per Nordio fa sorgere «dubbi sull’adeguatezza del dott. Maruotti a ricoprire il delicato incarico» che riveste nel sindacato delle toghe. In pratica, una richiesta di dimissioni. «Peraltro – prosegue il ministro – le scuse postume» del segretario dell’Anm «sono inaccettabili» e «rilevano o un intelletto inadeguato all’importanza della carica o – suona la sferzata finale – la debolezza di un cuore incapace di essere coerente con le proprie pulsioni».
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