05.01.2026
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Economy

Sul petrolio di Caracas parte il risiko delle Big Oil. Per l’Italia nessun impatto


In gioco non ci sono solo 300 miliardi di barili di petrolio in base alle ultime statistiche internazionali. Qualcosa che vale il 17% delle riserve mondiali. La prima riserva al mondo. Un piccolo Golfo Persico, una fortuna geologica, per dirla con le parole dei grandi esperti della nuova geopolitica energetica. È più di quanto possa offrire oggi l’Arabia Saudita (267 miliardi di barili). Con una grande e importante differenza: che le riserve dell’Arabia Saudita sono già ben sfruttate (10 milioni di barili prodotti al giorno), mentre quelle del Venezuela, seppur di qualità non pregiata e molto pesante, sono quasi intonse (1 milione di barili al giorno). L’entità di questa dote è straordinaria se si pensa a quanto poco è utilizzata. Senza contare la fetta di risorse ancora completamente inesplorate. Poi ci sono le potenzialità di sfruttamento del gas. E c’è, soprattutto, l’autostrada che si apre per i grandi big del petrolio anche europei: Total, BP, Shell ma anche Eni che in Venezuela aveva un contenzioso aperto, avranno mani più libere per operare. Perché sarà questo uno dei primi effetti della mossa di The Donald. Il presidente Usa lo ha detto chiaramente nel corso della conferenza stampa che ha seguito l’attacco: «Faremo intervenire le nostre grandi compagnie petrolifere, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate e inizieranno a fare soldi per il Paese». Una strategia che si inserisce nel più ampio quadro delle guerre energetiche in pieno svolgimento su scala globale: grandi protagonisti il gas e, appunto, il petrolio.

GLI EFFETTI

Finora questa grande risorsa è stata una ragione di dannazione. Ma ora i big del petrolio torneranno a investire puntando le potenzialità sulla tecnologia occidentale. Senza contare che le compagnie Usa vantano un credito, essendo quella venezuelana un’industria nazionalizzata in passato.

Il Medio Oriente ha grandi riserve, dall’Iran al Kuwait, dall’Arabia Saudita agli Emirati e l’Iraq. Tutti Paesi accomunati dal fatto che il petrolio non è mai stato garanzia di sviluppo stabile e democratico nel tempo. Semmai, il contrario. La conferma e l’apice di questo fenomeno sono stati raggiunti con l’attacco notturno di Trump: il fallimento nella gestione del petrolio è culminato con l’uscita forzata di Maduro.

Che succede ora? In realtà non sono attesi grandi scossoni strutturali sui prezzi, salvo qualche oscillazione a caldo: i futures del Wti restano sostanzialmente stabili sui 57,33 dollari al barile, così come quelli del Brent sui 60,75 dollari. Va detto infatti che, almeno sulla carta, dal punto di vista del mercato non ci poteva essere miglior momento per un grande esportatore di petrolio per fare questa operazione. I prezzi del petrolio sono molto bassi anche per l’eccesso di offerta, e il costo della benzina negli Usa dovrebbe rimanere basso come Trump pretende.

Quanto agli equilibri del Venezuela, si aprono due scenari. Da una parte Pechino si troverà spiazzata dal nuovo asse forzato tra Caracas e Washington. A questo si aggiunge la dimensione economica, visto che le riserve petrolifere venezuelane sono un fattore centrale sia in termini di sicurezza energetica sia di equilibri di mercato. Poi c’è un altro fronte possibile: l’aggressività di Trump in Venezuela potrebbe far sentire la Cina legittimata a usare la stessa forza con Taiwan con la scusa delle ragioni di sicurezza. Il rischio c’è. E sarebbe un altro effetto delle guerre energetiche in atto. Del resto va detto che Trump ha potuto agire con tanta determinazione millantando le ragioni degli interessi delle grandi imprese petrolifere e della sicurezza energetica nazionale. Ma sappiamo bene quanto gli Usa siano indipendenti energeticamente tra gas e petrolio.

E l’Italia? Il Venezuela è un mercato in cui Eni ha investito a partire dalla fine degli anni ‘90. Ma sulla produzione del gas pesa un contenzioso con tanto di credito da 2 miliardi di dollari. Dunque l’attacco a Caracas è destinato ad aprire nuovi scenari anche per il gruppo guidato da Claudio Descalzi. Eni «monitora con attenzione l’evolvere della situazione» e, al momento, «non si registrano impatti sulle operazioni, che procedono regolarmente». In Venezuela Eni produce gas interamente destinato all’approvvigionamento del Paese e alla generazione di energia elettrica.

Resta il fatto che l’Italia, che si candida come hub energetico del Mediterraneo, debba giocare il suo ruolo a tutto campo per la sicurezza energetica. A partire dalla produzione interna.


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