Quando il deputato repubblicano Stewart McKinney usò per la prima volta la frase «Too Big to Fail», troppo grandi e interconnesse per poter fallire, non avrebbe mai immaginato che sarebbe servita a descrivere non solo una crisi economica ma anche, quarant’anni dopo, lo strapotere della Silicon Valley e dei colossi tecnologici. Era il 1984.
GLI STRUMENTI
Ancora una volta la frase descrive quello che sta accadendo negli Stati Uniti dopo il patteggiamento di Meta nella causa in cui era accusata di aver costruito in modo consapevole strumenti per creare dipendenza nei minori. Se da una parte big tech accetta (ed è un fenomeno molto raro) di pagare una multa e di ammettere in modo implicito una colpa, dall’altra sembra che la forza dei colossi non sia stata scalfita né dal denaro che dovrà pagare (potrebbe arrivare fino a 18 miliardi di dollari per una causa che ne chiedeva 200) né dagli strumenti di controllo che ha deciso di applicare alle sue app, visto che i dettagli e il fatto che vengano rispettati sono ancora da verificare. Ma la questione dei social media non è l’unico settore in cui big tech cerca di resistere agli attacchi dell’antitrust e dei governi. Sull’intelligenza artificiale un numero crescente di analisti applica lo stesso ragionamento del 2008: i colossi sono diventati così centrali per l’economia che un loro crollo trascinerebbe tutto il resto e quindi con il passare del tempo diventerà sempre più difficile per i governi obbligarli a rispettare le regole. La capitalizzazione del settore tecnologico globale vale circa 52.200 miliardi di dollari, e gli Stati Uniti ne controllano l’80%, con Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon e Alphabet che da sole superano i16.000 miliardi. A questo si aggiunge la spesa pubblica: Washington sostiene Stargate, il progetto da 500 miliardi di dollari per costruire infrastrutture AI. Anthropic ha già pagato per il copyright. A settembre ha accettato di dare 1,5 miliardi di dollari agli autori che l’accusavano di aver usato le loro opere senza permesso per addestrare Claude, il più grande accordo sul diritto d’autore nella storia americana.
IL CAMBIAMENTO
OpenAI e Microsoft aspettano ancora una sentenza sulla causa intentata dal New York Times. Meta è nella posizione più scomoda: gli autori che la accusano di aver addestrato Llama su libri piratati hanno aggiunto come imputato personale lo stesso Mark Zuckerberg. Ma anche su questo punto non sembra che le cause possano fermare un cambiamento che il teorico dei media Jeff Jarvis definisce inevitabile: Jarvis sostiene che addestrare i modelli usando materiale coperto da diritto d’autore ricada nel «fair use», lo stesso che permette a un giornalista di leggere e informarsi e poi rielaborare. Oltre all’AI c’è anche la questione della pubblicità digitale: Google da anni cerca di sfuggire all’antitrust. Una giudice della Virginia ha già stabilito che l’azienda ha costruito un monopolio illegale nel mercato degli ad server e degli scambi pubblicitari. Ora deve decidere se imporle di cedere pezzi della sua struttura, come chiede il dipartimento di Giustizia, o se accontentarsi di regole di comportamento più leggere, la stessa scelta fatta da un altro giudice nel caso parallelo sul motore di ricerca, dove la richiesta di vendere Chrome è già stata respinta. Washington e Bruxelles guardano con sospetto anche agli accordi che formalmente non sono fusioni, come le partecipazioni miliardarie che Microsoft, Google e Amazon hanno preso nei principali laboratori di AI, da OpenAI ad Anthropic. È un modo per legare i concorrenti più piccoli senza comprarli del tutto, restando fuori dal controllo classico dell’antitrust.
IL FILM
Nel 1982, due anni prima che McKinney coniasse la sua frase, usciva Blade Runner, il film di Ridley Scott tratto dal romanzo del 1968 di Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?. Nel film il potere vero non veniva esercitato dalla Casa Bianca né dal Congresso, ma dalla Tyrell Corporation, l’azienda che fabbrica androidi e decide chi vive e chi no. Quarantaquattro anni dopo, tra un tribunale della Virginia e un accordo sul copyright, gli Stati Uniti inseguono quella stessa immagine: aziende che pagano quando vengono scoperte, cambiano una regola per volta, e restano comunque più grandi delle leggi scritte per limitarle.
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