Su un punto Elisabetta Casellati non ha dubbi: «Il disegno di legge sui poteri di Roma capitale andrà in porto entro fine legislatura». Una frase, quella consegnata dalla ministra per le Riforme al Messaggero a margine dell’informativa del ministro Tajani in Senato, che è la conferma della volontà del governo di imprimere un cambio di passo al disegno di legge che, per ultimo, ha fatto il suo ingresso nel cantiere delle riforme del centrodestra.
Il cammino, a un anno e pochi mesi dalla fine della legislatura, richiede tappe quasi forzate, tra cui la prima lettura in Parlamento da completare prima dell’estate. Al partito della premier il compito di mediare tra le istanze delle forze politiche: dal Pd, che chiede certezza sul tavolo tecnico che dovrà stabilire lo statuto per la Capitale e le relative risorse, alla Lega che vuole attribuire poteri legislativi ad hoc anche ad altre città. Proposte tutte (o quasi) tradotte negli emendamenti presentati alla riforma, all’esame della commissione Affari costituzionali di Montecitorio.
La proposta di modifica più enigmatica, a una prima lettura, è quella dei dem che chiede di eliminare dal ddl che attribuisce più poteri a Roma, la dicitura «Capitale». Più che una richiesta vera e propria si tratterebbe di un emendamento «simbolico», da «fuoco di sbarramento». Il punto di caduta, infatti, è un altro: la costituzione della cabina di regia a Chigi, incaricata di scrivere la legge che dovrà dotare Roma di uno specifico ordinamento, specificando le condizioni di autonomia amministrativa e soprattutto finanziaria.
Cabina che, stando ai democratici, dovrebbe mettersi al lavoro ancora prima dell’approvazione in prima lettura alla Camera della riforma, prevedendo un coinvolgimento del Comune guidato da Roberto Gualtieri. «L’avvio di questo percorso necessita di garanzie sulle risorse e sugli strumenti attraverso cui Roma potrà dare soddisfacimento alle nuove funzioni», spiega il deputato Pd Roberto Morassut, dell’idea che la scrittura della legge ordinamentale sia un passaggio essenziale: «L’auspicio è che la cabina di regia inizi presto i suoi lavori».
L’emendamento dem è stato accolto con una dose di “stupore” dalle parti della maggioranza, dove è soprattutto il partito della premier a ribadire di aver sempre coinvolto l’amministrazione capitolina, rimarcando l’importanza di evitare azioni che possano mettere a rischio l’approvazione del provvedimento. Tappa su cui il meloniano Andrea De Priamo, in ogni modo, si dice «ottimista», specificando che «è importante che ognuno mantenga senso di responsabilità rispetto all’obiettivo comune di dotare la Capitale di maggiori poteri, nell’interesse dei cittadini».
L’impasse, ad ogni modo, non sembra irrisolvibile, anzi: le interlocuzioni sul tema — ora che l’esame del ddl sta per rientrare nel vivo — sono in corso e i dem si dicono disposti a ritirare l’emendamento sulla dicitura di Roma senza «Capitale» quando la mediazione andrà in porto.
Più tiepida sul testo la Lega. E in particolare quegli esponenti espressione dell’anima più nordista del Carroccio. Che chiedono di includere nel testo la possibilità per tutti i Comuni capoluogo di città metropolitane di vedersi attribuiti la potestà legislativa di cui potrà godere Roma su specifiche materie (tra le undici individuate figura il trasporto pubblico locale, il turismo, l’edilizia residenziale e il commercio).
Questo, attraverso un’intesa con la Regione di riferimento. Un passaggio a rischio di inammissibilità, spiegano i tecnici al lavoro sul dossier, dell’idea che non basti una semplice legge d’intesa con la Regione, ma un “iter rafforzato” in Parlamento, parimenti a quanto avverrà per Roma. C’è chi, invece, come il Movimento 5 stelle, chiede di alzare la soglia di voti necessaria per l’approvazione della legge ordinaria che dovrà definire l’ordinamento della Capitale: non la maggioranza assoluta, ma dei due terzi delle Camere.
La definizione dei prossimi passi spetterà al presidente della commissione Affari costituzionale, Nazario Pagano, che oggi — in ufficio di presidenza — deciderà quando far partire la discussione sugli emendamenti. Il punto di arrivo, però, è chiaro: arrivare in aula alla Camera entro marzo, anche perché il provvedimento è calendarizzato in Senato già a maggio.
Un obiettivo che soprattutto da via della Scrofa si ritiene alla portata, visto il consenso trasversale sulla questione (la proposta del governo si affianca a quelle già depositate da Forza Italia, Pd e Italia viva). Un percorso meno in salita della riforma elettorale su cui, assicura Casellati «un tavolo ufficiale ancora manca» e, oltre al confronto con le opposizioni, «si dovrà tenere conto del premierato». Nel cantiere delle riforme è il tempo di Roma Capitale.
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