L’appello di Giorgia Meloni è rivolto a tutti i presenti, nessuno escluso: «Fare uno sforzo» per trovare una quadra su una riforma «che serve a Roma e all’Italia». Alla riunione a Palazzo Chigi, che prende il via alle 12 e si prolunga per più di un’ora, prendono parte tutti gli “attori” coinvolti nella scrittura del disegno di legge che promette di dare maggiori poteri alla Capitale: il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, il presidente della Regione, Francesco Rocca, la ministra per le Riforme istituzionali, Elisabetta Casellati e il ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli.
Sul tavolo c’è un solo nodo, ma assai complicato da sbrogliare. Vale a dire l’emendamento del governo che prevede la possibilità che ai Comuni capoluogo di città metropolitana, con legge dello Stato, possano essere attribuite nuove funzioni, ovvero poteri amministrativi. Una formula frutto di un’intesa interna alla maggioranza per venire incontro ai desiderata della Lega (che, come requisito, chiedeva solo semplici intese con le rispettive Regioni di appartenenza), evitando ricadute su Roma, destinata a preservare i poteri più ampi attribuitele a livello legislativo. Dalle parti del Pd, e in particolare del Campidoglio, la “trovata”, però, non è stata interpretata allo stesso modo.
Il vertice
È il sindaco Gualtieri a esplicitare i suoi timori alla presidente del Consiglio, sottolineando le «incongruenze» insite nella formulazione attuale: innanzitutto, il rischio di una sovrapposizione con la legge Bassanini che già prevede la possibilità di concedere maggiori poteri amministrativi ai Comuni. E poi il cortocircuito tutto interno alla riforma stessa, che prescrive pure per la Capitale l’opportunità di chiedere ulteriori funzioni, ma facendo ricorso a un iter assai più complesso. Con il paradosso, ha sottolineato il primo cittadino, che altre città potrebbero arrivare allo stesso risultato molto più rapidamente.
In poche parole: l’emendamento voluto dalla Lega, così come formulato, non s’ha da approvare. Dal canto suo, il ministro del Carroccio, Calderoli, che più volte ha ribadito di non avere «preconcetti» sulla riforma, ha però ricordato che sul punto era stata la stessa premier a benedire l’intesa. Come a dire: il sindaco parla per Roma, ma il boccino resta in mano a Chigi. Anche perché, a detta del Carroccio, «la riformulazione non fa male a nessuno e l’emendamento che prevedeva semplici intese con le Regioni è stato ritirato».
Da qui l’appello di Meloni, rivolto ad entrambe le parti in causa: a Calderoli, l’invito a venire incontro alle richieste del Pd, e al sindaco Gualtieri di «collaborare», visto che «il più interessato alla riforma dovrebbe essere proprio lui». Aggiungendo che, con un passo indietro, si assumerebbe la responsabilità di non portare a compimento una riforma storica. Non è un caso, quindi, che al termine dell’incontro sia filtrata da più parti la volontà di proseguire «con basi condivise».
Il secondo tempo
Ma anche l’urgenza di trovare la quadra in fretta. Tant’è: il lavorio su un possibile testo di mediazione è proseguito nel pomeriggio, al tavolo tecnico a cui hanno preso parte gli uffici legislativi dei vari attori istituzionali. Da qui arriva un primo possibile punto di caduta: la previsione, anche per la Capitale, di una corsia più rapida per l’attribuzione di maggiori funzioni, a differenza della legge ordinamentale che avrà un iter “rafforzato” in entrambe le Camere.
Il punto che non va giù al Pd e al Campidoglio, resta, però, un altro ed è il riferimento, nella formulazione del governo, alla generica attribuzione di «funzioni»: alla richiesta di esplicitare la natura «amministrativa» delle stesse, il ministro per gli Affari regionali avrebbe fatto muro. La «vaghezza» della formula fa temere che l’ampliamento dei poteri possa andare ben oltre gli steccati previsti.
Oggi, comunque, gli sherpa riferiranno gli esiti della cabina tecnica, ma non è escluso un nuovo vertice politico la prossima settimana. La data cerchiata in rosso è il 9 marzo: quel giorno il disegno di legge dovrà approdare in Aula. E, auspicabilmente, essere approvato da una maggioranza ampia, necessaria per evitare lo scoglio del referendum confermativo. Con la legge elettorale prossima all’approdo alla Camera c’è il rischio che, senza intesa, la riforma di Roma Capitale resti nel cassetto.
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