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Referendum, slitta la data. Meloni prende più tempo dopo i dubbi del Quirinale


Evitare incidenti. E mandare un segnale di «distensione». Non solo alle opposizioni sul piede di guerra, ma soprattutto in risposta ad alcuni dubbi sollevati dal Quirinale nelle ultime ore. È così che si spiega la frenata nel Consiglio dei ministri sulla tempistica del referendum sulla Giustizia. La riforma costituzionale approvata a fine ottobre, che nelle intenzioni del governo doveva essere sottoposta al giudizio popolare a inizio marzo, subisce uno stop. L’ipotesi del voto l’1 e 2 marzo, circolata alla vigilia del Cdm, viene abbandonata dopo le contestazioni di Pd, M5S e Avs. «Vogliono accorciare la campagna elettorale perché temono che il vantaggio del Sì nei sondaggi si azzeri», lamenta il centrosinistra.

La delibera per aprire le urne, che molti ministri davano per acquisita, slitta ancora. Il provvedimento non dovrebbe arrivare prima del 17-18 gennaio, mentre la probabile finestra per il voto slitta al 22 e 23 marzo. Sulla data definitiva però resta incertezza. «Non si è parlato di referendum», dirà in serata il ministro della Protezione civile Nello Musumeci, al termine di una riunione lampo nata soprattutto per approvare il nuovo decreto sugli aiuti all’Ucraina. In Cdm, Giorgia Meloni si limita a un intervento di auguri per il nuovo anno.

La raccolta firme e i dubbi di Palazzo Chigi

Cos’è successo nelle scorse settimane? Parte la raccolta firme per una consultazione popolare sulla riforma della Giustizia: sono già arrivate a quota 100mila. Nonostante il 18 novembre la Cassazione abbia approvato le richieste di referendum di maggioranza e opposizioni, l’iniziativa prosegue. Una mossa simbolica ma con risvolti pratici, perché la raccolta firme è ammessa fino al 30 gennaio. Le opposizioni sostengono che solo dopo la scadenza possa iniziare il conto dei 50-70 giorni di campagna previsto dalla legge. Questo è stato finora il costume istituzionale.

La normativa, però, non lo esplicita: la legge prevede che si debba indire il referendum entro 60 giorni dal via libera della Cassazione. Quindi dalla data del 18 novembre. Il dilemma: attendere il termine, oppure anticipare il voto con una campagna più corta? La seconda era la strada di Palazzo Chigi, decisa a fissare la data per inizio marzo per poi cambiare rotta dopo il confronto con il Colle.

I rilievi del Quirinale

Dal Quirinale, secondo indiscrezioni, sarebbe arrivato un semplice consiglio. Sergio Mattarella si sarebbe dichiarato pronto a firmare il decreto per il voto a inizio marzo, ma avrebbe messo in guardia il governo sui possibili rischi legati alla raccolta firme ancora aperta. «Che accadrebbe in caso di ricorsi?»: una delle domande negli uffici del Colle. E che succede se le 500mila firme vengono raggiunte e la Corte Suprema modifica il quesito su proposta popolare? Il rischio, segnalato anche dagli uffici tecnici, non è irrilevante: si potrebbe arrivare a dover ristampare le schede in extremis.

Date possibili e slittamento

Palazzo Chigi ascolta le preoccupazioni. Ieri il sottosegretario Alfredo Mantovano ha contattato Elly Schlein e Giuseppe Conte, oltre a Bonelli, Fratoianni e Giovanni Bachelet, formalizzando un passo indietro e rinviando la decisione su quando votare a gennaio. Nel frattempo, la scelta delle date diventa più stringente: escluso il 29 marzo, in concomitanza con la domenica delle Palme, restano in pole il 15-16 o, più probabilmente, il 22-23 marzo. L’obiettivo: evitare ogni possibile ricorso, da qualsiasi parte arrivi, e garantire una campagna referendaria priva di vizi procedurali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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