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«Ranucci sapeva? Valter non esclude che potesse aver capito qualcosa»


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«Lavitola ha escluso di aver detto a Ranucci del suo piano, ma non ha escluso che il giornalista possa aver sospettato di lui». L’avvocato Sergio Cola, storico difensore di Valter Lavitola ed ex parlamentare di Alleanza Nazionale negli anni ’90, riferisce un passaggio cruciale dell’interrogatorio di garanzia a cui il suo cliente si è sottoposto l’altro ieri, per cinque ore, all’interno del carcere romano di Rebibbia. Lì l’ex direttore dell'»Avanti!» è recluso da lunedì scorso con l’accusa di aver ordinato l’attentato dinamitardo sotto casa del suo grande amico Sigfrido Ranucci, avvenuto il 16 ottobre scorso alle porte di Pomezia, a sud della Capitale. Un passaggio del verbale di Lavitola — questo — che viene però smentito da fonti inquirenti.

Lei sostiene che il suo cliente abbia fatto delle insinuazioni sul fatto che il conduttore di Report avesse capito qualcosa sulla matrice dell’attentato che aveva subito?

«C’è quella famosa telefonata in cui Lavitola, di fronte alle preoccupazioni di Ranucci, gli dice «me la vedo io».

Quindi, se Ranucci lo ha sospettato, è oggetto di valutazione; ma è sempre un sospetto, non è una certezza. Lavitola gli aveva detto: «Tu non ti fai proteggere adeguatamente, allora me la vedo io». Sulla base di questa frase, Ranucci potrebbe aver sospettato del coinvolgimento di Lavitola nell’attentato. Ma rimane sempre una congettura. Sicuramente è da escludere che Lavitola abbia confessato a Ranucci di essere lui l’autore dell’attacco dinamitardo».

Ma gli avvertimenti di Lavitola al giornalista, sulla necessità di rafforzare la sua scorta, sono successivi all’attentato, stando a quanto si legge nell’ordinanza di arresto nei confronti del ristoratore di Monteverde. Senza dubbio, in altre occasioni, Lavitola si era reso disponibile ad aiutare il suo amico, però per problemi lavorativi. Nelle carte dell’inchiesta, c’è per esempio lo scambio di messaggi del 17 ottobre 2024. Ranucci — alla domanda di Lavitola se stesse bene — rispondeva di trovarsi «in difficoltà su tutto, ma vado avanti». L’ex editore gli chiedeva: «posso essere utile», e Ranucci rispondeva: «mi dovresti pestare Tavares», il suo tuttofare camerunense volato in Africa il 13 aprile scorso, dopo aver capito che gli inquirenti erano sulle tracce della banda campana che aveva assoldato per mettere la bomba sotto casa del conduttore televisivo.

Farà ricorso al tribunale del Riesame contro la misura della custodia cautelare in carcere del suo assistito?

«Solo limitatamente alla contestazione dell’aggravante del metodo mafioso, perché sul reato principale Lavitola ha già confessato. Anche se il Tribunale non ci dovesse dare ragione, come ha fatto con gli esecutori dell’attentato, faremo ricorso in Cassazione, perché è un problema di diritto interessante che non c’entra direttamente con le indagini. Io credo non ci sia l’aggravante, anche come metodo».

Qual è la pena che rischia Lavitola, se dovesse essere confermato il quadro accusatorio?

«Da 2 a 8 anni, e con l’aggravante la pena potrebbe aumentare da un terzo alla metà. Però di fronte a una confessione ci sono le attenuanti generiche, c’è la diminuente del rito, l’eventuale risarcimento del danno; tutte circostanze che potrebbero ridimensionare il trattamento sanzionatorio».

Non è strano che il post che ha pubblicato mercoledì Ranucci parli di attentati, proprio mentre Lavitola diceva ai magistrati che il giornalista rischiava di essere vittima di un attentato mortale?

«Non parlo né del post, né di quello che dice il suo avvocato. Il silenzio è d’oro. Indubbiamente l’attentato potrebbe aver aumentato la popolarità di Ranucci, anche se l’intento di Lavitola non era quello. Lui lo ha fatto per proteggere la sua incolumità, per questioni di sicurezza. E la Procura dice che anche questa componente potrebbe avere un suo fondamento».


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