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Viaggiano ancora in sintonia, come due veri amici, anche se uno, Valter Lavitola, è in carcere con l’accusa di aver ordinato un (finto) attentato nei confronti dell’altro, Sigfrido Ranucci. Mercoledì, nel giorno dell’interrogatorio di garanzia dell’ex direttore dell'»Avanti!», è spuntato il rischio corso dal conduttore di Report di un attentato (vero), organizzato — secondo Lavitola — dall’intelligence israeliana. Per questo Valter avrebbe chiesto al suo tuttofare Clesio Gomes Tavares di organizzare un raid dimostrativo sotto casa di Ranucci per fare aumentare il livello della sua scorta.
Contemporaneamente, mentre Lavitola veniva sentito per cinque ore dal gip, il giornalista pubblicava un post su Facebook intitolato «La voce che spaventa» in cui si faceva riferimento agli attentati subiti da Falcone e Borsellino. «La storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso identico modo — non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta». Un post che sembrerebbe quindi accostare gli attentati mortali subiti dai due magistrati siciliani, per aver indagato a fondo sul malaffare e la criminalità organizzata, agli attacchi e le minacce subite da Ranucci per il suo lavoro giornalistico d’inchiesta.
Il cantiere navale
Sulla stessa linea anche Lavitola. Per il ristoratore di Monteverde (quartiere romano dove si trova il «Cefalù Bistrò di pesce»), il movente dell’attentato al suo amico, di cui l’altro ieri ha confessato essere il mandante, è da ricondurre alla sua volontà di proteggerlo per scongiurare, appunto, «un non meglio specificato progetto omicidiario nei confronti di Ranucci ad opera dell’intelligence israeliana causato da un servizio realizzato da Report sulla vicenda del cantiere navale «Vittoria»», che si era focalizzato sulla crisi finanziaria dell’azienda veneta, sul passaggio di proprietà a favore di Roberto Cavazzana e sui ritrovamenti di armi all’interno dei capannoni.
Ma per il gip Iole Moricca — che ieri ha respinto la richiesta di domiciliari avanzata dal legale di Lavitola — si tratta di un movente «inverosimile» e «in contraddizione con quanto emerso dalle indagini» dei carabinieri del nucleo investigativo di Roma e Frascati. «A fronte di questo dato privo di riscontro (il presunto piano del Mossad, ndr), emerge invece — si legge nell’ordinanza emessa ieri — la circostanza riferita dal teste Daniele Autieri (giornalista di Report, ndr), secondo cui Lavitola, in evidente contraddizione con la presunta preoccupazione per l’incolumità dell’amico, ha cercato in vari modi di suggerire al collaboratore di Ranucci di indagare sulla pista dell’intelligence israeliana, asseritamente legata ai fatti emersi a seguito del servizio sul cantiere Vittoria». Quindi, l’ex editore avrebbe sollecitato un giornalista di Report «a ricercare i responsabili» dell’attacco dinamitardo subito il 16 ottobre scorso dal conduttore del programma di Rai3 «proprio in quell’ambiente da cui aveva tentato, seguendo la sua tesi, di mettere al riparo la sicurezza di Ranucci compiendo l’atto intimidatorio».
«L’avvicinamento a marzo di Lavitola, in cui mi prospettava la pista dei servizi segreti italiani e israeliani, ad oggi, lo valuto anche come un possibile depistaggio», aveva spiegato ai pm Daniele Autieri. «L’evidente contraddizione tra quanto emerso in sede di interrogatorio di garanzia e quanto invece emerso in sede di indagine, appare — conferma il gip — indice di una consolidata capacità di Lavitola di inquinare l’attività investigativa, dando vita a vere e proprie opere di depistaggio». Il 20 ottobre scorso, ossia 4 giorni dopo l’attentato, Valter inviava una serie di messaggi a Sigfrido: «Dammi retta, ti scongiuro il nome di Dio. Forse hanno avuto notizie da intelligenze straniere per muoversi così, a mio modesto avviso. Però ti scongiuro, ti prego, non sottovalutare questa cosa. Fai quello che ti ho chiesto, ti prego». Ranucci rassicurava l’interlocutore con il messaggio: «Sì, certo». Nei giorni successivi tentava di convincere l’amico a fare richiesta di un potenziamento della sua tutela.
La difesa di Ranucci
Nonostante questo, quando il conduttore viene a sapere che Lavitola il 4 luglio scorso è stato perquisito dai carabinieri con l’accusa di essere la «mente» dell’attacco dinamitardo, continua a credere alla sua innocenza. «Ranucci dovrebbe chiarire — ha detto ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari — perché, proprio il giorno della perquisizione, sia rimasto per due ore al telefono con Lavitola per concordare una spiegazione da dare sul sopralluogo fatto davanti a casa sua dal faccendiere e dal suo scagnozzo ritenuto vicino alla camorra». Una telefonata sospetta, soprattutto perché — stando a quello che poteva sapere il giornalista in quel momento — Lavitola poteva aver agito per conto della criminalità organizzata.
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