Diciassette anni dopo, lo skyline è ancora dominato dalle gru. Che convivono con i tanti palazzi scintillanti del centro storico, rinati dopo un lungo, costante, faticoso ma tenace lavoro di ricostruzione. «L’Aquila – scandisce Sergio Mattarella – non è nuova a sfide difficili». Era il 16 aprile 2009 quando il terremoto devastò il capoluogo dell’Abruzzo e impresse una ferita indelebile sull’Italia intera. Più di trecento morti, 1.600 feriti, 80mila sfollati. Fu, per dirla con le parole del capo dello Stato, «un tempo di sofferenze indimenticabili», di fronte alle quali però «la città e l’intera Italia seppero reagire e mobilitare energie».
Ed è il frutto di quegli sforzi che celebra l’inquilino del Colle, che torna nella città di Celestino V per la cerimonia con cui l’Aquila prende il testimone di Capitale italiana della Cultura per il 2026. Designazione che agli occhi del governo vuol suggellare una ripartenza, la «rinascita dalle macerie». Una «impresa di successo», la definisce anche Mattarella, dei suoi cittadini e «dell’Italia intera», con la quale la città «si sta misurando ancora» verso il «pieno rilancio». Impresa a cui il titolo di Capitale della Cultura darà un’ulteriore spinta, è il senso del messaggio.
Motore di civiltà
Ma è uno scenario più ampio quello a cui pensa il capo dello Stato. Uno scenario segnato da «molteplici motivi di preoccupazione» sullo scacchiere internazionale, a cui Mattarella guarda con angoscia. «Guerre, volontà di dominio sugli altri, strategie predatorie che pensavamo archiviate dal Novecento sono riapparse, con il loro carico di morte e devastazione». Non cita Putin o la guerra in Ucraina, né Trump e le mire Usa sulla Groenlandia, ma non è difficile immaginare a cosa si riferisca il presidente. E allora è proprio in questo contesto, suggerisce Mattarella, che alla cultura si deve guardare come «motore» e «collante di civiltà». Come a un «patrimonio che si sviluppa nel dialogo e nel confronto». E dunque un «immenso valore» che «risalta ancora di più in questo periodo storico». Una lezione che il mondo fatica a imparare, ma che dal patrimonio di bellezze storiche e artistiche può trarre nuova linfa. «Investire in cultura – avverte Mattarella – vuol dire investire nella comunità, nello sviluppo della coscienza civile. Vuol dire investire in democrazia». Ed è proprio la città della Perdonanza, sottolinea il presidente citando l’ultima visita di papa Francesco, che da «capitale del perdono» può farsi «capitale di pace e riconciliazione», spargendo un «seme» di cui «c’è tanto bisogno».
Un messaggio al mondo, ma anche uno all’Italia. Perché l’Aquila, avvisa ancora Mattarella, può farsi capofila di quelle aree interne, spesso dimenticate, che «a pieno titolo rivendicano il proprio ruolo essenziale nello sviluppo del Paese». Non più periferie, insomma. «Ciò che resta di periferico – nota il presidente – sono le esclusioni, le marginalità, gli squilibri territoriali e ambientali. Contrastarli, rimuoverli, è compito essenziale per rafforzare la coesione e l’unità dell’Italia».
La polemica
In sala, nell’auditorium dell’Accademia della Finanza circondata dalle cime innevate degli Appennini, ad applaudire l’inquilino del Colle sono in molti. I ministri Giorgetti e Giuli (che parla della designazione della città come del «meritato sigillo di una comprovata rinascita» e di una «scommessa vinta»), il commissario alla ricostruzione Guido Castelli, il governatore abruzzese Marco Marsilio e il sindaco Pierluigi Biondi. Protagonista quest’ultimo di una polemica nata dalla sua intervista a Luca Telese per “Il Centro”, pubblicata proprio poche ore prima dell’arrivo in città di Mattarella, in cui il primo cittadino di Fratelli d’Italia con un passato di vicinanza a Casapound rifiuta di definirsi antifascista. «No. Al massimo anti-juventino», mette a verbale. A margine della cerimonia Biondi in parte corregge il tiro: «La mia era una battuta ironica. Ho giurato sulla Costituzione, tutta la mia attività è conforme ai valori della Carta», replica ai cronisti. Ma sulla contestazione che gli viene mossa tiene il punto: «Dirmi antifascista? Non sono fascista, non sono anti-nulla, non sono neanche anticomunista».
Ma la polemica resta sullo sfondo di una festa che è appena cominciata. Oltre ai giochi di luci e agli show nel centro storico, il programma proseguirà nei prossimi mesi con trecento manifestazioni tra eventi, mostre, rassegne, spettacoli, incontri e dibattiti. Che culmineranno con la restituzione alla città di due luoghi simbolo, finalmente riaperti nel corso del 2026: il Teatro Comunale e il Teatro San Filippo. «La ferita diventa forza , la cicatrice diventa memoria», la frase che risuona nella piazza del Duomo. Perché la rinascita della città sia davvero, secondo le parole del capo dello Stato, una «impresa di successo». Un’impresa «che appartiene anzitutto a L’Aquila e ai suoi cittadini. E che sta a cuore a tutta l’Italia».
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