Le ultime giravolte del Presidente americano sui dazi ai Paesi che appoggiano la Groenlandia e sulla rinuncia (speriamo) all’uso della forza per annettersi quell’immensa ghiacciata isola (che per quattro volte nel suo discorso ha confuso con l’Islanda), non deve far dimenticare che in numerose occasioni Trump ha ribadito che lui la Groenlandia la vuole, punto e basta: non c’è niente che possa sostituire il «possesso», ha detto.
LA MARCIA INDIETRO
Ma adesso anche sul «comprare» la Groenlandia, il Presidente ha fatto marcia indietro. Nello «schema di un futuro accordo», come lo ha definito dopo un incontro col Segretario Generale della NATO Mark Rutte, non compaiono dettagli, ma almeno non si parla né di invadere né di “comprare”. In una successiva intervista Trump ha solo detto che ci saranno discussioni sul “Golden Dome” (sistema di difesa anti-missili) e sullo sfruttamento delle ricchezze minerarie. Due argomenti, questi, su cui sarebbe stato più che possibile mettersi d’accordo ben prima, fra “uomini di buona volontà”, senza i tuoni e i fulmini delle ultime settimane. Tuttavia, data la volatilità delle esternazioni di Donald Trump, è utile domandarsi cosa vuol dire “comprare” la Groenlandia e quale potrebbe essere il “prezzo”. È un esercizio controfattuale (la Danimarca non venderà mai – né potrebbe farlo senza il consenso dei groenlandesi, che non hanno nessuna intenzione di farsi comprare), ma utile per capire le poste in gioco.
IL PREZZO
Cominciamo dal nome, che viene dal danese Grønland, letteralmente “terra verde”, e la traduzione inglese è ancora più esplicita: Greenland. Verde? Andando a cercare le origini di quel bucolico aggettivo c’è il primo “scam immobiliare” della storia. Era l’anno 982 – l’Alto Medioevo vichingo – e l’islandese Erik il Rosso fu esiliato dalla sua isola, per omicidio colposo. Dovette salpare, con famiglia e servitù, e si diresse verso una terra a Nord-Ovest di cui aveva sentito parlare. Trovata una zona abitabile, e volendo fondare una colonia, mandò notizia di aver trovato una “terra verde”, per convincere altri avventurosi ad andare colà (da notare che l’Islanda, bagnata da correnti meno fredde, era ed è molto più “verde” della “terra verde”…).
Ma veniamo al “prezzo” della Groenlandia. Quali e quante sono le risorse di quella grande isola (la più grande del mondo fra le isole non continentali)? Cominciamo dalle risorse minerarie. La Groenlandia ha effettivamente, per quanto riguarda le famose terre rare, riserve anche più vaste di quelle cinesi, e situate in una zona relativamente accessibile (vicino al villaggio di Narsaq). Ma la storia di quello sfruttamento, da parte di una società australiana, la Greenland Minerals, non è una storia di successo.
IL VALORE
La questione è attualmente impegolata nei tribunali, dopo che il governo islandese ha bloccato il progetto, perché le terre rare sono mischiate all’uranio e al torio, e la legge groenlandese vieta l’estrazione di uranio. Ms. Kristensen, la moglie di un allevatore di pecore a Narsaq ha detto che «nessuno vuole comprare carne di pecore che hanno brucato vicino a una miniera di uranio». Gli abitanti della Groenlandia saranno pochi (circa 56mila, è il Paese meno densamente popolato del mondo) ma sono molto ambientalisti: custodi di un immenso territorio vergine, vogliono mantenerlo tale. Ci sono molti altri minerali, a parte le terre rare: ferro, zinco, pietre preziose e petrolio+gas. Per quanto riguarda le energie rinnovabili, dalla idroelettrica alla eolica, il potenziale c’è, ma è largamente inutilizzato. Quanto potranno valere tutte queste risorse? Ci sono stime che parlano, lungo decenni di estrazione, di molte centinaia di miliardi di dollari, se non di più… Ma, naturalmente, l’estrazione è difficile e costosa. A parte il clima estremo, l’isola ha meno di 160 chilometri di strade e pochi e piccoli porti. La Groenlandia è costellata di progetti chiusi e siti abbandonati. Una miniera di rubini sulla costa orientale chiuse nel 2022, oberata da debiti. L’anno prima il Governo groenlandese aveva deciso di abbandonare l’ambizione di diventare un Paese petrolifero, e di non dare più permessi di esplorazione (c’era anche l’Eni fra le imprese che avevano trivellato). Naaja Nathanielsen, la ministra groenlandese per le risorse minerarie, disse che in quella decisione confluivano considerazioni relative al clima, all’ambiente, e al buon senso economico. Uno studio danese ha determinato che 31 dei 34 materiali definiti come “critici” dall’Unione europea, si trovano in Groenlandia. Ma, come qualcuno ha detto, per ogni quadratino della tavola periodica degli elementi che la Groenlandia può cliccare, c’è una ancor più lunga lista di sfide da affrontare e risolvere.
LA GOVERNANCE
Insomma, dire quanto “vale” la Groenlandia è un esercizio difficile. Solo per le risorse minerarie parliamo di molte centinaia di miliardi di dollari, se non trilioni sul lungo periodo (ma ogni acquirente dovrebbe poi impegnarsi in spese immani per le infrastrutture estrattive e logistiche). Se il “venditore” dovesse poi (cosa che mai succederà) accedere alla vendita e negoziare sul prezzo, potrebbe ben far valere altri elementi: il controllo sulle rotte di navigazione, dato che il cambiamento climatico procede nell’Artico anche più rapidamente che altrove, e aprirà nuove rotte. E la posizione fra Usa, Europa e Russia è di grande valore strategico.
In conclusione, la soluzione non sta né nelle invasioni né nelle compravendite. La soluzione sta nell’identificare progetti di estrazione di risorse convenienti e sostenibili, negoziare una governance di questi progetti e procedere, per quanto riguarda la sicurezza, ad aprire basi militari sotto l’egida NATO. Non ci dovrebbero essere ostacoli a darne il controllo agli Usa: come ha osservato il primo ministro danese, un Trattato del 1951 fra Usa e Danimarca già dà agli Stati Uniti la facoltà di installare quante ne voglia basi militari in Groenlandia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
© RIPRODUZIONE RISERVATA



Leave feedback about this