Presidente Casini, sarà l’anno della pace il 2026 oppure di quella che Mattarella chiama «la ripugnante determinazione di chi si oppone alla pace»?
«Voglio coltivare la speranza cristiana. Ma se devo fare un ragionamento politico razionale, temo che la Russia non abbia alcuna volontà di fare la pace».
Perché teme questo? Non crede nell’attivismo di Trump?
«La penso cosi, per diverse ragioni. La prima. Perché Putin non ha un’opinione pubblica a cui deve rispondere e ha ormai organizzato una economia e una società di guerra. Ritornare alle abitudini del passato può comportare più problemi che vantaggi».
La seconda ragione di questo suo poco ottimismo?
«Putin è confortato dall’atteggiamento dell’amministrazione degli Stati Uniti. Finché il presidente russo vede Trump così compiacente, è difficile che rinuncerà a continuare la guerra. Che poi questo si riveli per lui un calcolo giusto o sbagliato non lo so. Noi in Occidente continuiamo a vedere le inefficienze dell’Europa, e siamo critici verso la Ue, lo sono i sovranisti ma lo sono anche gli europeisti. Ma io sarei cauto a dire che l’Europa non ha fatto niente di fronte all’aggressione russa. Il sistema del nostro continente, pur con tutti i limiti istituzionali che ha, comunque sta reggendo. Sta resistendo negli aiuti e nella solidarietà all’Ucraina. Il che non è poco. Tutto sommato, l’Europa ha capito la posta in palio».
Scusi però, presidente, i sondaggi dicono che il popolo italiano che grida pace a tutti i costi non ha capito affatto la posta in palio.
«Dicendo questo, lei fotografa la realtà. L’unica guerra internazionale che sta vincendo Putin è quella nell’opinione pubblica. Vince con le fake news e perde sul campo di battaglia. L’esempio tipico e ultimo è il presunto assalto alla villa presidenziale. Che è palesemente un fake. Ma che gli ha consentito di alimentare il suo vittimismo. È per fronteggiare questo che anche in Italia e in Europa i politici non possono essere solo follower ma devono ridiventare capaci di fare pedagogia. Che è la funzione storica che la politIca dovrebbe avere».
Lei dunque condivide il discorso di fine d’anno del presidente Mattarella?
«Mi è piaciuto molto. Ha fotografato non solo la situazione attuale ma anche ciò che si dovrebbe fare. Il suo è stato un messaggio descrittivo dello stato dell’arte e prescrittivo di come si dovrebbe agire».
Lei non trova che, nella nostra comunicazione anche televisiva oltre che degli intellettuali o presunti tali, ci sia una tendenza filo-russa molto spiccata?
«Direi che, purtroppo, è così. È come se, in modo subliminale, si stia rimproverando agli ucraini di combattere una guerra impossibile. Come se l’invasione l’avessero fatta loro e non l’avessero subita. La coscienza pulita dei pacifisti è disturbata dai guerrafondai ucraini. Un vero e proprio capovolgimento della realtà».
C’è un libro tremendo ma forse realistico che s’intitola: «Se la Russia attacca l’Occidente». Lei crede possibile che accada magari già nel 2026?
«Se la nostra risposta è ferma, come deve essere, Putin non solo si ferma all’Ucraina ma la volta prossima ci pensa dieci volte prima di intraprendere un’operazione così dissennata. Molti in Europa favoleggiano, pontificando, che il riarmo tedesco è assolutamente negativo. Ma se c’è una cosa che dissuaderà in futuro Putin da altre azioni del genere, così dissennate, è proprio il riarmo della Germania. Che dovrebbe essere agganciato a un progetto complessivo di difesa europea».
Ma in Italia non c’è soltanto la Lega contraria al riarmo, c’è anche una gran parte dell’opposizione…
«Prima di tutto, chiariamo che il riarmo è per realizzare una difesa europea. Non si tratta di un riarmo nazionale. Ma è chiaro che la difesa europea si fa con investimenti finanziari. Se qualcuno pensa di farlo a costo zero, sbaglia gravemente e vuol dire che sacrifica l’idea di una difesa comune e, di conseguenza, di una politica estera europea».
Il governo, da questo punto di vista, come si sta comportando?
«Sull’Ucraina per ora, pur con un’eccessiva attenzione a compiacere Trump, si è complessivamente comportato bene. Quello che mi preoccupa molto è l’idea di Giorgia Meloni, espressa in Parlamento, di contrarietà all’abolizione del diritto di veto. Non si può chiedere all’Europa maggiore capacità decisionale e non darle gli strumenti concreti per decidere».
Non crede che Trump sul Medio Oriente stia ottenendo risultati?
«Sicuramente l’azione del presidente americano per una tregua è stata non positiva ma positivissima. Ma finché non ci sarà, per esempio, la capacità degli Stati Uniti a condannare con fermezza la politica degli insediamenti israeliani e la violenza dei coloni nei territori occupati, tutto lo sforzo di pace rischia di essere scritto sulla sabbia. I palestinesi hanno diritto a coltivare la prospettiva di un loro stato. Washington deve fermare Netanyahu su questo, ma purtroppo non mi pare aria».
Ai suoi occhi che cosa dimostra la vicenda di Hannoun e dei finanziamenti ad Hamas mascherati, secondo le accuse, da aiuti umanitari a Gaza?
«Sono pienamente grato ai magistrati e alle forze dell’ordine per quello che stanno facendo, ogni ulteriore considerazione mi pare superflua».
Avremo qualche cenno di vita, secondo lei, nel 2026 da parte dell’Onu o dobbiamo considerarla un ente superato e surclassato?
«Speriamo che le Nazioni Unite battano un colpo. Ma non dobbiamo mai dimenticare che l’architettura del multilateralismo è la principale vittima del mondo che si sta creando. Basato sull’uso della forza bruta. Il contrario di quello che ci hanno insegnato i padri della nostra Repubblica e dell’Europa».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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