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Putin faccia la sua parte. Da Roma carri e munizioni


Truppe, sanzioni, asset finanziari confiscati. Mentre le trattative di pace in Ucraina si avviano a un inatteso sprint, l’Europa brandisce il bastone contro Mosca. I “Volenterosi” si riuniscono a metà pomeriggio in videocall e lo fanno in un formato inedito. Si collega il segretario di Stato americano Marco Rubio, già regista dei colloqui a Ginevra domenica. Con lui, ed è una novità di peso, il presidente turco Recepp Erdogan tornato a spendersi come mediatore sulla linea telefonica tra la Casa Bianca e il Cremlino.

LO SPRINT

Apre Volodymyr Zelensky e fa capire che qualcosa si sta muovendo davvero: «Siamo pronti ad andare avanti» con il nuovo piano di pace americano, annuncia. Ma chiede anche di non rompere proprio adesso le fila. Perché, è il senso, bisogna costringere Vladimir Putin a sedersi al tavolo. Con le sanzioni, la confisca degli asset finanziari — «Sarà un elemento centrale dei negoziati» gli fa sponda subito Ursula von der Leyen — e se necessario una forza militare di «rassicurazione».

Una missione di peacekeeping per presidiare la tregua. La rilanciano al vertice il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron, è loro la firma sull’iniziativa. «Mai abbiamo previsto di schierare la forza sulle zone del fronte — ha precisato ieri il titolare dell’Eliseo in un’intervista a Rtl — ma in siti di ripiegamento, a Kiev e Odessa ad esempio, dislocheremo forze di rassicurazione per addestrare l’esercito ucraino e mettere in sicurezza le zone a rischio». L’Italia nutre molti dubbi sull’idea di dislocare forze in Ucraina. Quando tocca a Giorgia Meloni però la premier decide di sorvolare. Esprime solidarietà al presidente ucraino per gli ultimi bombardamenti russi sulle città. E di qui chiede di aumentare la pressione su Putin — come ha fatto domenica nella telefonata a Trump — perché spetta alla Russia ora «cogliere questa nuova occasione per contribuire costruttivamente alla pace». Meloni insiste sulle garanzie di sicurezza da fornire a Kiev e chiede che siano «condivise tra le due sponde dell’Atlantico». Ovvero l’Europa non può essere esclusa da trattative che riguardano da vicino la sua futura architettura di sicurezza.

L’impressione di tutti i presenti, a partire da Zelensky che nelle prossime ore potrebbe incontrare di nuovo Trump, è di stare davanti a un bivio. E il merito è anche del Tycoon alla Casa Bianca, così sostiene la presidente del Consiglio ricordando che i colloqui di Ginevra si devono «all’impulso americano». Le lancette della diplomazia corrono veloci. Ma non ovunque. Manca un segnale dalla Russia, concordano i leader Ue, e per questo bisogna ora aumentare al massimo la pressione. Lo fa a modo suo anche l’Italia. Con il dodicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina portato ieri al Copasir da Guido Crosetto.

Dura più di un’ora l’audizione del ministro della Difesa. Serve a svelare il contenuto dell’ultimo invio di aiuti a Kiev.

IL PACCHETTO DI ARMI

Dentro, riferiscono fonti qualificate al Messaggero, c’è una nuova partita di munizioni e di artiglieria pesante utile a Zelensky mentre le sue truppe arrancano al fronte Est. Insieme a carri per il trasporto dei soldati e, sul fronte civile, i generatori elettrici per difendere case e palazzi delle città dalla morsa dell’inverno ucraino. I parlamentari incalzano Crosetto, è il caso della Lega.

Che ne sarà del “decreto cornice”, il provvedimento che ogni anno permette al governo di inviare agli ucraini pacchetti di aiuti militari, quando si rendono necessari? Fosse per il Carroccio, che sul punto batte i pugni, quel decreto non dovrebbe più veder la luce. Al Copasir il ministro di FdI prende tempo. Siamo di fronte a un’accelerazione storica per la tregua, spiega mostrandosi cautamente ottimista sugli sviluppi, e dunque è prematuro parlarne.

Francesco Bechis

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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