Una torcia olimpica non basta, quindi Giorgio Pasotti ne porterà due. Una, concreta, il 2 febbraio a Bergamo, la sua città.
Un’altra, digitalizzata, il 23 febbraio: Raiuno trasmette in prima serata il film Rosso Volante, di Alessandro Angelini, a chiusura dell’Olimpiade invernale di Milano Cortina. Quattro anni nella vita di Eugenio Monti, nove volte mondiale di bob, che nel 1964 a Innsbruck regalò a Tony Nash il bullone che gli mancava per riparare la sua slitta. Così il britannico vinse l’oro olimpico. Mentre Monti dovette aspettare il 1968 e gli anta per conquistare i suoi primi e ultimi due. Pasotti ha scoperto questa storia tempo fa, leggendo un testo passatogli da Paolo Bonolis durante una festa del Coni. «Dovevamo raccontarla. Un film che ho voluto realizzare. Il casting più facile da vincere della mia vita, alla pari con un altro». Ride. Ora gira l’Italia con un Otello riscritto da Dacia Maraini, ha appena terminato di allestire una Traviata e completato il terzo film da regista, Sotto a chi tocca.
Pasotti, il bob non è proprio lo sport più frequentato dal cinema.
«Ricordavo solo Quattro sotto zero, quello della Disney con i giamaicani. Eppure il bob è molto cinematografico. La velocità, il rischio, la morte che sfreccia accanto. Accelerazioni laterali da Formula 1».
In effetti, la Nazionale italiana ha anche gareggiato su bob studiati nella galleria del vento della Ferrari.
«Hanno tentato di spiegarmi la tecnologia dei bob moderni, ma francamente capisco poco. Ho provato quelli dell’epoca di Monti: erano dannatamente veloci e io con la velocità non vado molto d’accordo. Formula 1, appunto, ma concentrata in pochi secondi. Il terrore di volare in un tubo ghiacciato, l’istante della parabolica che ti porta da un rettilineo all’altro, la sensazione della morte incombente, la felicità di essere arrivati al traguardo».
Casting facile. E l’interpretazione?
«Dura. Ho dovuto imparare tutto, la spinta, come si sale, come si frena. E a tagliare la legna come un boscaiolo. Perché Monti tra un’Olimpiade e l’altra, convinto di aver chiuso con il bob, si ritirò in una baita dispersa nel nulla. Era un anarchico, una persona libera, un introverso. Vissuto su una sottile linea di confine, percorsa a tutta».
Sorvoliamo sulla legna. Come ha fatto a diventare un bobbista?
«Allenamenti a Sankt Moritz con gli atleti della Nazionale svizzera. Poi Malagò, allora presidente del Coni, e Roda, numero uno della federazione sport invernali, ci hanno messo a disposizione tutto ciò che serviva, compreso un tecnico azzurro. Sono state quattro settimane di vero spirito olimpico».
A proposito: questi Giochi arrivano in tempi cupi.
«Mi auguro che l’Olimpiade riesca a riportare a galla il senso della pace. Su scala internazionale e nazionale. Femminicidi, discordie, violenza: ci sono valori da recuperare, nella vita come nello sport. Il gesto del bullone di Eugenio Monti è emblematico. Magari riusciremo persino a far dimenticare le polemiche sulla pista di Cortina, intitolata proprio a lui».
Lei non aveva mai interpretato sportivi. Eppure è dallo sport che proviene.
«In palestra a cinque anni a praticare arti marziali. Volevo fare il medico, mi sono scontrato con la recitazione. Neppure ventenne, sono partito per la Cina. Era il 1992. Mi avevano scartato al militare per asma allergica. Era novembre e le iscrizioni all’università da noi erano chiuse. Per non buttare via un anno mi sono trovato in un altro mondo a studiare medicina tradizionale cinese applicata allo sport. Arrivò una produttrice che cercava un ragazzo occidentale da inserire in uno di quei film in cui si picchiano dall’inizio alla fine. Eravamo ventimila studenti, di occidentali ce n’erano ben pochi e di italiani solo un altro, che studiava lingue. Ecco l’altro provino vinto a mani basse. Partecipai a quattro film, con lo spirito di chi vuole soltanto divertirsi».
Dicono tutti così.
«Ma io a diventare attore non pensavo proprio. Tornato in Italia venni chiamato da Daniele Luchetti per I piccoli maestri. Aveva sentito parlare delle mie esperienze cinematografiche e mi disse che per lui un attore era soprattutto qualcuno con la valigia in mano. Un fratello di mio padre a 16 anni venne fucilato come partigiano. Mi sono riconosciuto in quella storia di studenti che scelgono di entrare nella Resistenza. Volevo restituire non so che cosa alla mia famiglia, niente di più. Scoprii la responsabilità di interpretare persone realmente esistite. E così torniamo a Eugenio Monti. Quello è stato l’inizio di un percorso».
Un percorso che l’ha portata a confrontarsi con maestri molto grandi.
«Lavorare con uno come Sorrentino è facile. I giganti capiscono al volo. Gli suggerii che il mio personaggio di Stefano, l’uomo che ha le chiavi delle residenze romane ne La grande bellezza, dovesse portare un bastone. Lo immaginavo così. Ci mise sette secondi a darmi ragione. Però il ricordo più prezioso è il film che ho girato con Monicelli. Tre mesi passati con un uomo intelligente, profondamente colto, che mi aveva preso a cuore. Mi spiegava che gli attori della mia generazione si prendono troppo sul serio. Non ridete mai, diceva. E io ho imparato a farlo. Adesso, a cinquant’anni, ho capito perché “jouer” è la parola francese per recitare».
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