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«Papà inventò la Moka guardando la madre fare il bucato. Mio fratello ebbe l’intuizione vincente»


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Da Bialetti a Girmi, da Lagostina ad Alessi, Omegna — la cittadina in provincia di Verbano Cusio Ossola in Piemonte — ha visto nascere grandi storie imprenditoriali italiane. Tra quese c’è, per l’appunto, quella della famiglia Bialetti. Alfonso inventò la Moka nel 1933 e suo figlio Renato la trasformò nella macchina del caffè più diffusa al mondo. Riscopriamo la storia di questo marchio tutto italiano attraverso le parole di Tina, figlia di Alfonso.

La storia

Tina Bialetti, 81 anni, racconta la storia della sua famiglia e da dove sia nata l’intuizione della Moka. «Da ragazzo, papà lavorava con mio nonno: vendeva timbri a fuoco per marchiare il bestiame. A ventidue anni, nel 1910, si stufò ed emigrò a Parigi. Lì imparò una tecnica che in Italia nessuno conosceva, la fusione in conchiglia. Tornò non lontano da qui e, tra mille difficoltà, aprì un’officina. Ma l’idea della Moka arrivò molto dopo, per caso: guardando mia madre Ada fare il bucato». Un gesto quotidiano alla base dell’invenzione rivoluzionaria. «Per lavare, mamma usava la lessiveuse, l’antenata della lavatrice: un mastello con un tubo al centro, che si riempiva di acqua, chiuso da un coperchio a cupola. Sotto quella cupola, si accendeva il fuoco: l’acqua, scaldandosi, saliva, quindi cadeva sui panni», racconta Tina a La Stampa. «Papà osservò mamma per ore, nascosto dietro a un muretto.

Ci lavorò per mesi. Ma la Moka rimase un’invenzione semisconosciuta».

Il colpo di genio di Renato

La svolta arriva con Renato, fratello di Tina, che capisce una cosa semplice ma fondamentale: non è sufficiente inventare un ogetto, ma bisogno saperlo anche raccontare. E il suo racconto inzia proprio dal nome. Perché Moka Express? «Moka è una città dello Yemen, famosa proprio per il caffè; Express serviva invece per imprimere velocità e modernità. Renato diceva che doveva sembrare un treno lanciato nel futuro. Papà lo guardava stupito: “La caffettiera non fischia, borbotta”. E Renato: “Appunto. Tu con chi faresti colazione, con uno che fischietta o con uno che borbotta?”». Così dopo aver trovato il nome, nel 1956 Renato decise di comprare tutti gli spazi pubblicitari del viale che portavano ai padiglioni delle Fiera Campionaria di Milano. Accanto a un buon nome e una strategia comunicativa, Renato capì anche l’importanza di associare al prodotto una mascotte che potesse scaldare i cuori dei consumatori. Così inventò un personaggio reso celebre dal Carosello: l’omino coi baffi. «L’idea in realtà nacque da uno dei più grandi disegnatori italiani, Paul Campani. Quando mio fratello gli chiese di disegnare il logo, l’altro replicò: “Bialetti, lei è un buffo omino coi baffi!”. E lui, di rimando: “Esatto, sulla mia Moka devo starci io!».

Tina ricorda con piacere tanti momenti iconici nella storia dell’azienda, tra questi uno degli aneddoti sul fratello fa capire la sua bravura di oratore e persuasore. «All’inizio degli anni ’50 invitò all’Hôtel de Paris di Montecarlo due clienti francesi per persuaderli a firmare un contratto. Poco dopo vide entrare Aristotele Onassis: lo seguì in bagno e gli chiese, in italiano, di fargli un saluto quando fosse passato dal tavolo. Non credo che capì una parola, ma in quella manciata di secondi lo prese in simpatia: così, quando rientrò in sala, gli toccò la spalla, dicendo: “Hello, Bialetti!”. E lui, senza guardarlo: “Arì, adesso sto lavorando, ci vediamo dopo cena”. I francesi rimasero di stucco: firmarono subito e peraltro Onassis pagò pure il conto per tutti. Quella capacità di comunicare contribuì a cambiare il destino dell’azienda».

Dal successo alla vendita

La Moka Express, la mascotte con i baffi, un marchio conosciuto a livello mondiale e poi la decisione di vendere, nel 1986, a Faema, azienda del gruppo Cimbali. Tra le motivazioni che Tina racconta c’è il fattore della stanchezza «Si era stancato. Diceva: “Non voglio arrendermi all’andazzo dell’industria italiana, diventata un gregge di pecore. Io sono un randagio”. Cedette lo stabilimento e i macchinari. Senza chiedere un centesimo di royalties sulle caffettiere che si sarebbero fatte da lì in avanti con il suo nome sopra». E poi sul passaggio nelle mani cinesi, Tina commenta: «Le aziende passano di mano in mano, è sempre successo. Ciò che mi fa male è vedere la vecchia fabbrica di Crusinallo in rovina. Era splendida, tutta in vetro e cemento; oggi non è rimasto niente: solo polvere e calcinacci».


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