È indubbio che l’operazione lanciata da Trump in Venezuela abbia un carattere geopolitico e rischi di creare un terremoto nel rapporto fra Paesi produttori di petrolio e gas e le compagnie petrolifere dei Paesi occidentali ed in particolare con le multinazionali americane.
Vengono messi in discussione i rapporti contrattuali che si sono evoluti dopo la seconda guerra mondiale e di cui Enrico Mattei è stato un attivo protagonista.
Ma prima di questa considerazione di carattere strategico generale, esiste un elemento specifico di interesse degli Stati Uniti per affrontare la crisi strutturale della situazione energetica americana.
LE RAFFINERIE
Gli Stati Uniti hanno una domanda interna di benzina di circa 10 milioni di barili/giorno, ma sia per la qualità del greggio prodotto nel paese (shale oil) sia per via del sistema di raffinazione obsoleto di cui dispongono, riescono a produrne solo 4 milioni di barili/giorno.
Sono obbligati ad importare benzine di alta qualità dal Venezuela e da altri Paesi del Sud America e greggi più pesanti da mescolare con i greggi leggeri nazionali.
Il Venezuela è quindi un Paese chiave per l’equilibrio del sistema di approvvigionamento nazionale di prodotti petroliferi (benzine, gasolio, Jet fuel).
Si commette un errore quando si pensa che gli Usa producono abbastanza petrolio da essere indipendenti. Il loro petrolio non va bene per le loro raffinerie a meno che non venga mescolato con quello pesante, tipo il venezuelano, che va quindi importato in volumi significativi.
Le compagnie americane che una volta erano i principali operatori dei giacimenti di petrolio in Venezuela sono state successivamente allontanate e sono state sostituite prima da compagnie europee e poi da cinesi e russi, che però non hanno tecnologie adeguate per lo sviluppo dei difficili giacimenti venezuelani. L’allontanamento delle grandi compagnie petrolifere ha portato ad una decadenza drammatica dell’industria petrolifera con un tracollo della capacità produttiva e quindi del potenziale di esportazione.
Il mercato americano ha risentito di questo tracollo, che ha fatto mancare i greggi pesanti per il sistema di raffinazione.
Trump ha voluto mettere in discussione le decisioni dei Paesi produttori di petrolio che negli ultimi decenni hanno voluto affermare la loro indiscussa proprietà delle riserve petrolifere, modificando la natura dei contratti minerari che da concessioni illimitate a favore delle compagnie si sono evolute a contratti di partecipazione, nei quali la compagnia di Stato ha avuto un ruolo crescente, soprattutto nel controllo della vendita del petrolio sui mercati internazionali.
In molti casi, come in Venezuela, questi cambiamenti sono stati formalizzati dalla nazionalizzazione delle attività petrolifere.
Le nuove condizioni troppo restrittive sono state rifiutate dalle compagnie americane che, con l’eccezione della Chevron, hanno preferito lasciare il Paese, aprendo contenziosi legali che non hanno portato ad alcuna soluzione. Oggi Trump dichiara, di fatto, invalida la nazionalizzazione di 50 anni fa e pretende la proprietà del petrolio di cui le compagnie americane avevano le concessioni, promettendo grandi investimenti e ricchezza per il Paese.
Non è un progetto semplicissimo da realizzare. La dimensione degli investimenti per lo sviluppo dei giacimenti venezuelani è astronomica e non necessariamente redditizia.
Sicuramente, viene sconvolto il sistema delle relazioni fra Paesi produttori e compagnie petrolifere in tutto il mondo. Bisognerà vedere ora la reazione dei Paesi del Golfo, la cui contrattualistica è molto restrittiva anche se non al livello del Venezuela e soprattutto dei BRICS, dove il sentimento antiamericano è sembrato rafforzarsi nell’ultimo decennio.
LO SCENARIO
Non stupisce la reazione negativa venuta dalla Francia, e non a caso. La compagnia petrolifera francese Total ha un ruolo e interessi rilevanti in Venezuela. Nello scenario che si delinea va da sé che tutti i soggetti non americani saranno spazzati via come è successo nei decenni passati in molte realtà del Golfo Persico.
Il petrolio ed il gas naturale restano le fonti energetiche essenziali ancora per decenni e garantirsi la loro disponibilità sarà sempre più oggetto di tensioni e scontri nel panorama mondiale.
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