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«Non va politicizzato». Lo stallo sulle bollette


Due ore di riunione piene, di cui una e mezza filata via per cercare di sbrogliare i nodi del decreto energia, il provvedimento per sforbiciare le bollette che Giorgia Meloni vuole chiudere senza tentennare oltre, portandolo sul tavolo del Cdm già domani. Di ritorno da un nuovo blitz a Niscemi, la premier riunisce a Palazzo Chigi i leader di maggioranza: i due vice Antonio Tajani e Matteo Salvini, e il “fido” Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati nonché suo “Samwise Gamgee”.

Nella mezz’ora di riunione che resta, dopo l’aggiornamento del ministro degli Esteri sul Board of peace in vista dell’appuntamento di oggi alle Camere, la presidente del Consiglio invita gli alleati a tracciare una “road map” di governo mettendo insieme le priorità, le misure a cui mettere il turbo nell’anno e mezzo di legislatura che hanno ancora davanti. Due sono plasticamente sotto gli occhi di tutti. La prima è il referendum sulla giustizia, alla prova delle urne i prossimi 22 e 23 marzo.

E in giorni in cui son volati stracci, tra il caso Gratteri e le parole al vetriolo del ministro Carlo Nordio, la presidente del Consiglio invita «a non politicizzare il referendum. Non alziamo i toni arrivando allo scontro politico, ma conduciamo una battaglia nel merito, come ci siamo detti tante volte…», raccomanda. Gli affondi del Guardasigilli, spergiura chi ha preso parte al vertice, non sarebbero stati menzionati, ma è chiaro che tutti i presenti abbiano rivolto più d’un pensiero a Nordio, che ha promesso di spararla ogni giorno più grossa.

La premier, invece, ricalca la linea emersa domenica scorsa nella direzione nazionale del suo partito, Fdi, vale a dire non ridurre la riforma della magistratura in uno scontro tra tifoserie, al muro contro muro tra destra e sinistra: «sarebbe svilente per la riforma che abbiamo realizzato». E per spingere i cittadini a votare sì, i leader hanno convenuto sulla necessità di un maggior coordinamento che passa anche da un calendario comune in cui far confluire tutti gli appuntamenti che ciascun partito ha in agenda. Sull’evento che vedrà tutti i leader insieme sono attesi aggiornamenti. Anche perché tra gli impegni che sono stati assunti ieri ce n’è uno che porterà i leader a vedersi più spesso, per stringere i bulloni del programma da qui alla fine della legislatura. Con l’obiettivo dichiarato di assicurarsi un altro giro di giostra a Palazzo Chigi.

L’altra priorità evidente, se non altro per una questione di timing, è la legge elettorale, con le regole del gioco da riscrivere mandando in pensione il Rosatellum. Anche qui l’obiettivo dichiarato è fare in fretta, tant’è che negli ultimi giorni sul dossier è stata ingranata la quinta: non si attenderà più il referendum per presentare il testo, ma lo si farà molto prima. Chi lavora dietro le quinte assicura che manca un soffio per chiudere il pacchetto.

Per il resto, la premier ha inviato gli alleati a dettare le loro priorità, sottolineando che la stella polare deve comunque restare quella del programma elettorale. Niente fughe in avanti o novità tirate fuori dal cilindro in zona Cesarini, per intenderci. Per Meloni il diritto di prelazione spetta comunque al premierato, quella che ha sempre etichettato come la «madre di tutte le riforme» e che non intende lasciare ferma al palo.

Il nodo bollette

Ma veniamo ai nodi sul tavolo. Non è un caso in realtà se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è arrivato sul finale a Palazzo Chigi. Da custode dei conti pubblici, far quadrare i numeri della bozza di Decreto (che punta a far risparmiare 3,5-4 miliardi sulle bollette) ottimizzando l’impatto su famiglie e imprese, è il suo principale obiettivo. Ma è anche il tenore dei nodi complessi, emersi nel corso della discussione, a spiegare la massima attenzione sul Decreto.

La prima questione sul tavolo riguarda gli Ets (European Union Emissions Trading Scheme), il meccanismo Ue introdotto per ridurre le emissioni di CO2 che ha un impatto diretto sul prezzo dell’energia prodotta dalle centrali termoelettriche e che il governo vorrebbe, di fatto, congelare a monte (in pratica sulla fonte gas che finisce per determinare il prezzo anche dell’energia prodotta da rinnovabili). È noto quanto pesi questa tassa sulle bollette (gli Ets incidono per circa 30 euro a megawattora sul Prezzo unico nazionale che si aggira sui 120 euro), ma sterilizzare questa voce con un provvedimento italiano appare un’operazione quantomeno azzardata, visto che si tratta di un sistema previsto dall’Europa. Da tempo il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha posto a Bruxelles la questione tanto cara anche alla premier Meloni, ma senza l’ok Ue, che come al solito ha i suoi tempi, è difficile procedere solo in Italia.

Il secondo capitolo caldo riguarda l’interpretazione del Regolamento Remit previsto dall’Articolo 5 della bozza di Decreto. Il venir meno della compensazione dei costi fissi, quindi degli investimenti, accanto a quelli variabili per le centrali, rappresenta un argomento al centro della discussione. Non solo perché penalizza gli operatori, ma perché appare incompatibile con le norme europee. E di tutto questo non può non tenere conto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo giudizio di legittimità.

E ancora, sull’articolo 3 del provvedimento, quello con «Disposizioni urgenti per promuovere la contrattazione di lungo termine della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili da parte delle imprese», interlocuzioni sarebbero in corso anche con le Regioni. E a quanto pare, la Lombardia non è l’unica ad esserci messa di traverso.

Infine, c’è un tema di mercato. Piazza Affari ha dato il suo segnale forte in proposito penalizzando pesantemente tutti i titoli del settore energetico. Anche di questo è impossibile non tenere conto. E Forza Italia è in prima linea sul fronte che chiede modifiche.


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