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noi da soli, sarà competizione


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Questo matrimonio non s’ha da fare, sembra. «Sarà competizione». Altro che sintesi, nella galassia di sigle e nomi che affollano il centro del fronte progressista. Matteo Renzi torna a calarsi in testa l’elmetto. E a chi gli chiede se non veda di buon occhio il tentativo di costruire una «cosa» unitaria tra i molti protagonisti dell’area riformista e moderata del campo largo che al momento faticano a raccogliersi sotto un’unica bandiera, risponde con un’alzata di spalle. Fate pure. Noi saremo saldamente nel centrosinistra, è il ragionamento che l’ex premier ha condiviso coi suoi in queste ore, dopo aver mostrato con orgoglio gli scatti che ritraggono lui e la figlia Ester all’inaugurazione dell’Obama presidential center di Chicago in compagnia dell’ex presidente Usa e della moglie Michelle. Ma noi, dice, andremo da soli. E con Onorato e gli altri, ce la giocheremo nelle urne.

E dire che Elly Schlein ci aveva provato, a caldeggiare un contenitore unico, una «quarta gamba» centrista buona anche a controbilanciare Avs e Cinquestelle. «Parlatevi», aveva invocato la segretaria del Pd dal palco dell’evento di lancio di Progetto civico Italia, il neonato partito degli amministratori di Alessandro Onorato. «So che non è facile unire ma vi invito a farlo, a dialogare con chi è qui e anche con chi non è qui». Riferimento neanche tanto velato al senatore fiorentino, unico leader dei progressisti assente all’appuntamento di una settimana fa dall’assessore capitolino lanciato verso la ribalta nazionale. Un appello che però sembra destinato ad avverarsi soltanto a metà.

Onorato, anche su spinta del pressing discreto della leader del Nazareno (ma pure di Conte), per la verità si sta già muovendo. E in settimana lancerà un «coordinamento» con altri due referenti dell’area riformista, Riccardo Magi di +Europa ed Enzo Maraio del Psi. Con Magi l’amicizia risale ai tempi in cui entrambi erano consiglieri in Campidoglio. E pure con Maraio la visione è comune su molti punti. Per ora un coordinamento, appunto, poi si vedrà. Anche se l’approdo naturale del percorso è una lista unica alle prossime politiche, per fare massa e ambire a superare di slancio lo sbarramento del 3% della legge elettorale, tanto dell’attuale come del Melonellum. E Renzi? Ed Ernesto Maria Ruffini coi suoi comitati Più uno? «Nessuno dei tre vuole escludere nessuno», viene assicurato. «Chi vuole far parte del progetto si può unire, non saremo certo noi a dare cartellini rossi».

Un’offerta alla quale però l’ex premier sembra già intenzionato a rispondere no, grazie. Non sono passate inosservate, dentro Italia viva, le uscite di alcuni esponenti del M5S che in questi giorni hanno provato a ridimensionare Renzi nella futura coalizione. Per i renziani il disegno è chiaro: «Conte e la sinistra stanno pompando Onorato, Magi e gli altri». Spingere l’assessore capitolino (che potrebbe anche partecipare ai due eventi in cantiere dei progressisti l’8 e il 15 luglio) come frontman per «nascondere» Renzi. «Ma noi accettiamo la sfida», è il grido di battaglia condiviso con i suoi al rientro da Chicago dal Kraken, come ormai lo hanno ribattezzato sui social. Basta chiacchiere, insomma. Italia viva (o Iv-Casa Riformista) «ci sarà», con le sue liste e un nuovo simbolo, che Renzi svelerà alla prossima Leopolda di ottobre.

Puntando a superare da sola il 3% o nella peggiore delle ipotesi a centrare il miglior risultato sotto soglia, che dà comunque accesso alla rappresentanza parlamentare. Così come, se davvero si faranno, ci sarà un candidato «renziano» alle primarie.

Stasera sarà ospite di Lilli Gruber su La7. E tornerà a ribadire ai compagni di viaggio quanto va ripetendo in queste ore, sulla scia dell’esclusione dalla foto a quattro scattata durante il pranzo del campo largo. «Io faccio opposizione alla Meloni. Se loro la fanno a me, ne risponderanno davanti agli elettori. Perché una cosa è certa: noi saremo presenti come lista di centrosinistra. Siamo garantisti, pro-America, pro-crescita, ma siamo quelli che hanno fatto l’opposizione più dura a questo governo». Chi rompe la coalizione, ne pagherà le conseguenze. «Non si sono accorti che con questa legge i collegi blindati non ci sono più. Entra in Parlamento chi prende i voti». Quanto ai veti, «voglio vedere chi si prende la responsabilità di tenerci fuori da una competizione proporzionale». In ballo, per il senatore fiorentino, ci sono altri cinque anni di Meloni, forse l’elezione di un meloniano al Colle. «Se per caso perdono come in Liguria, li vanno a rincorrere con i forconi…»


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