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«Nemmeno si avvicinavano alla finestra, sapevano che non potevano uscire»


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«Maronna mia, speravo che questa storia finisse diversamente. Che la mamma venisse a riprendersi le bambine e le portasse via. Anche all’estero». La moka borbotta sul fornello mentre Maria Sofia Di Russo gira lentamente il cucchiaino nel caffè. Le mani tremano appena. Le lacrime rigano il viso e le rughe. Gli occhi si fermano nel vuoto come se stesse cercando di capire cosa sia successo dentro quella casa al quarto piano del complesso popolare di Rio Fresco Scacciagalline.

Fuori il sole spacca l’asfalto.

Dentro c’è odore di chiuso e di sugo avanzato. La televisione resta accesa a volume basso. Una casa disordinata che per 15 giorni è stato rifugio o nascondiglio delle due sorelline più ricercate d’Italia. Si temeva il peggio. E invece loro erano qui. Chiuse dentro un appartamento piccolo, pieno di santini, centrini, rosari, una statua di Padre Pio e buste della spesa accatastate. «Mi hanno messo in mezzo a una cosa più grande di me. E io, stupida, ho pensato di fare del bene».

Nella casa-rifugio di zia Sofia

Maria Sofia ha quasi 80 anni. Parla a metà tra italiano e dialetto, si interrompe spesso, si confonde nei ricordi. Dice di non aver capito davvero la gravità della situazione. Dice che quelle bambine le stavano finalmente facendo compagnia da quando, a gennaio, è morto il marito Antonio, il vero parente della mamma delle piccole. «Se fosse stato vivo lui le avrebbe prese lo stesso. Per la famiglia si faceva di tutto. Loro erano mie nipoti, anche se non le avevo mai viste prima».

IL PIANO 
Tutto era stato organizzato nei dettagli, racconta zia Sofia, direttamente dalla mamma: portare le due sorelle lontano dalla casa famiglia di Civitella Alfedena e nasconderle in un posto improbabile, invisibile, dove nessuno avrebbe pensato di cercarle. Una zia acquisita, anziana, sola, quasi isolata dal mondo. «Sì, ho due figlie grandi, una di 50 e una di 60 anni, ma non vengono mai a trovarmi». E quindi casa di zia Sofia era diventato il nascondiglio perfetto: «Il nonno e il compagno della mamma me le hanno portate alle quattro del mattino del 7 giugno, insieme a diverse buste della spesa. Ma lei, la mamma non si è mai più fatta né vedere né sentire. Mi hanno detto solo: tienitele tu. Io non ho fatto troppe domande e ho accettato».

Zia Sofia ha lasciato alle due sorelline la sua camera da letto. Lei invece si è sistemata sul divano. «Stavano bene, le trattavo bene, avevano tutto. Non volevo che tornassero con il padre, è una persona cattiva. Non so che cosa abbia fatto, non lo conosco e non lo voglio conoscere, ma loro non ci volevano andare». 
Ora nella camera da letto — che per le bambine era diventato un rifugio dal mondo esterno — ci sono ancora le tracce del loro passaggio. Tazze lasciate sul comodino. Fazzoletti usati. Un contenitore di gelato con il cucchiaio dentro. Una spazzola per capelli. 

LA ROUTINE
In un’altra stanza sul pavimento, buste della spesa piene di snack, merendine, cracker, patatine. E accanto, in un angolo le confezioni senza glutine. Anche pasta per celiaci, biscotti specifici, prodotti comprati per la più piccola. «Lei è celiaca, me l’hanno detto subito. Io non ci capisco niente di queste cose. Mi hanno detto che la sorella sapeva bene cosa si doveva cucinare». 

Il frigorifero oggi è ancora pieno: hamburger, maionese, sottilette, yogurt, bibite. Roba comprata per un soggiorno lungo. «Con tutto quel cibo che mi avevano portato sembrava dovessero stare qua almeno tre mesi». La routine era semplice e noiosa. Sveglia tardi. Silenzio. Porta chiusa. «Si alzavano verso mezzogiorno. Io dicevo: “Siete bambine, dovete fare colazione”. Ma loro volevano dormire». Poi cucinavano, spesso insieme con la ragazzina più grande. Pasta al pesto. Pasta con la pancetta. Pasta al pomodoro. La più grande spesso preparava da sola il pranzo. «Mangiavano e poi tornavano in camera». Ridevano sottovoce. Parlavano tra loro fino a notte fonda. Ogni tanto si truccavano davanti allo specchio, si facevano i capelli. Quei momenti di leggerezza che facevano bene al cuore. Ma non uscivano mai, né lo chiedevano, quasi fosse una regola non scritta. «Nemmeno si avvicinavano alla finestra, sapevano che non potevano uscire». Quando arrivava qualcuno — l’infermiera per le punture o qualche vicina — la signora bussava piano alla porta della stanza. «Dicevo solo: “Silenzio”. E loro stavano zitte». Intanto la televisione continuava a parlare della ricerca delle due sorelline. Zia Sofia guardava. E anche le ragazzine. «Pensavo: “Avoglia a cercarle, tanto non le troveranno mai”». Poi qualcosa cambia. Il fidanzatino della maggiore inizia a parlare Fa riferimento a parenti lontani. A un nascondiglio. «Lì ho capito che si metteva male».

IL BLITZ
Ma il vero spartiacque arriva domenica sera. «Sembrava che fossero venuti a prendere una terrorista». Maria Sofia racconta il blitz e ancora ha paura. Dice di aver visto una cinquantina di carabinieri salire di corsa nel palazzo. Tutto il quartiere affacciato ai balconi. «Che vergogna, mi sono dovuta prendere le gocce per calmarmi». I militari avevano un dispositivo elettronico per seguire un segnale. Cercavano telefoni. Cercavano le ragazze. «Quando sono arrivati davanti alla camera mi hanno detto: “Qua c’è il segnale”. Io ho detto di no, che non potevano entrare». Ma loro l’hanno aperta. «Le bambine erano spaventate». Da quel momento la casa viene messa sottosopra. Armadi aperti. Vestiti buttati fuori. Borse svuotate. «Mi hanno fatto un macello, cercavano i telefoni delle bambine, ma io non li ho mai visti». 

Sul tavolo restano i giornali sparsi. Le confezioni di cibo aperte. «Che dovevo fare? Io volevo solo proteggerle». Maria Sofia continua a ripeterlo quasi come una preghiera. Dice che non ha preso soldi. Che nessuno le aveva spiegato davvero cosa sarebbe successo dopo. «Io speravo che finisse tutto e basta». Poi abbassa gli occhi e continua a ripetere: «Ho fatto qualche danno? Io non penso. Ho 79 anni, Se devo fare gli arresti domiciliari, li faccio. Tanto io da casa non mi muovo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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