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meno vincoli burocratici e caccia ai nuovi mercati


Aprire l’Europa a nuovi mercati per mettere le ali alla crescita. Dopo il Mercosur — con una “piazza” di 700 milioni di consumatori potenziali distribuiti tra Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay — l’Europa guarda a un accordo di libero mercato con l’India, e a seguire con l’Asia e l’Australia. Tasselli di un puzzle che deve disegnare una ripartenza che consenta al Vecchio Continente di uscire dalle secche in cui si è cacciato, complici i lacci e i lacciuoli che si è auto imposto imbavagliando la crescita.

Ed è la rotta che, a una manciata di giorni dal summit bilaterale dell’Ue a Nuova Delhi, Italia e Germania tracciano insieme, nel vertice che ieri ha visto arrivare a Roma Friedrich Merz con 10 ministri al seguito, compreso il numero due del Bundeskanzleramt, il ministro delle Finanze e vice cancelliere Lars Klingbeil. Anche per l’Italia in pista tre quarti di governo per una platea da grandi occasioni, dai vicepremier Salvini e Tajani, passando a Crosetto, Piantedosi, Urso, Lollobrigida, Giuli, Bernini, Pichetto Fratin, Calderone e il Mef.

«Viviamo tempi complessi segnati dall’imprevedibilità e dall’incertezza — ha rimarcato Meloni, una giornata intera trascorsa al fianco del Cancelliere all’indomani di un Consiglio europeo che li ha visti tirare avanti fino a tarda notte — ma credo che ci sia un punto fermo da cui ripartire. Siamo grandi potenze industriali, i nostri imprenditori hanno saputo dare il meglio soprattutto in momenti di difficoltà. Anche quando il vento era così impetuoso che pareva impossibile riuscire a mantenere la rotta. Lo abbiamo fatto, possiamo farlo ancora».

Si riparte da sette intese e due accordi quadro che disegnano una partnership strategica estesa dalla sicurezza alla cultura, dall’industria alla ricerca. Da Goethe ai Panzerhaubitze, dalle alghe ai droni. Perché, per citare proprio il grande poeta tedesco, per raggiungere un traguardo bisogna lavorare in ogni direzione e senza sosta.

Significativo della triangolazione in atto è che l’Italia sia l’unico Paese non confinante a siglare un’intesa sulla sicurezza con la Germania. «Lavoriamo insieme per un’Europa unita e una Nato forte», sintetizza Merz, mentre Meloni annuncia «la decisione italiana di aderire all’accordo multilaterale che già esiste tra Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna sull’esportazione di armamenti».

Dunque la presidente del Consiglio snocciola i capitoli da riscrivere per rendere l’Europa competitiva come non è più da troppo tempo: «semplificazione della burocrazia europea, rafforzamento del mercato unico, rilancio dell’industria automobilistica nel segno della neutralità tecnologica, politica commerciale ambiziosa basata su regole condivise e pari condizione». Facile a dirsi ma difficile a farsi, tanto più considerando il pantano in cui l’Europa si è cacciata con il Mercosur, nei giorni scorsi vittima dell’ennesimo stop stavolta arrivato dall’Europarlamento — tra i pollici versi anche quelli dei leghisti — in barba a una gestazione lunga un quarto di secolo.

Roma e Berlino sono ora tra i paesi che spingono per dare il via all’intesa senza aspettare i tempi del ricorso alla Corte votato dall’Eurocamera. «L’Italia considera l’accordo equilibrato ed è in grado di consentire al Mercosur di dispiegare tutti gli aspetti positivi», ha scandito la premier rivendicando il ruolo del suo governo nel rendere l’intesa accettabile per il comparto agricolo. «La legittimità di questo accordo è fuori di dubbio», le ha fatto eco il tedesco, esprimendo il «rammarico» per l’ennesimo inciampo. Tanto più che l’Europa fa sempre più fatica a colmare il gap che la vede allontanarsi dai suoi competitors.

«Dall’inizio degli anni ’80 — ha denunciato Merz — il divario di crescita dell’Unione Europea rispetto agli Stati Uniti e alla Cina è stato in costante aumento. Ciò va anche a discapito della nostra capacità di azione e della nostra politica e unione a livello europeo». Che ora si gioca anche su altri tavoli, a partire da quello scivoloso delle materie rare.

L’Artico

Tra i dossier in cui i nodi geopolitici si intrecciano con la crescita e la ripartenza dell’Europa c’è anche quello dell’Artico, con la Groenlandia tornata nelle mire di Donald Trump. «L’Europa — ha rimarcato il Cancelliere — deve fare e farà di più per la sicurezza dell’area, nel comune interesse transatlantico». «Credo che con i loro metodi sicuramente discutibili e assertivi, gli Usa pongano una questione strategica che però esiste — è la convinzione di Meloni — che riguarda l’Artico, uno dei grandi domini strategici del XXI secolo. Io credo che questa questione si debba seriamente affrontare all’interno dell’Alleanza atlantica. La Nato deve fare un approfondimento serio». E l’Europa, ancora una volta, evitare di restare indietro.


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