«Capisco, capisco…». La voce roca di Donald Trump è intervallata da lunghi sospiri. Mercoledì sera. Giorgia Meloni alza la cornetta da Palazzo Chigi e rompe gli indugi. «Ciao Donald». Telefona al presidente americano. Deve dargli una notizia, anzi due. Una è già nota alla Casa Bianca: l’Italia non firmerà per il momento lo statuto del “Board of Peace” per Gaza. L’altra no: Meloni comunica all’alleato che l’indomani mattina non riuscirà a fare capolino in Svizzera, tra le nevi di Davos, per la cerimonia di inaugurazione. Proprio come gli altri leader europei. Spiega le ragioni del forfait italiano. «Valutiamo l’adesione, ma dobbiamo prima considerare la compatibilità dello statuto con la nostra Costituzione» è il ragionamento al telefono con il Tycoon riferito al Messaggero da fonti qualificate. Lui smorza: «Capisco, non siete gli unici».
La linea italiana
Mentre le relazioni transatlantiche camminano su un filo sottile la premier italiana prova a restare in equilibrio. Sente al telefono l’uomo forte della Casa Bianca e scaccia così l’immagine di un’Italia defilata e imbarazzata dal board a guida statunitense che assomiglia molto a una versione privata delle Nazioni unite. Al contrario, è «molto interessata» a farne parte, ma ha bisogno di tempo. A Washington recepiscono il messaggio. Come dimostrano le parole del segretario di Stato Marco Rubio: «Alcuni Stati stanno verificando la compatibilità con il loro sistema interno..». Schivato un ostacolo, la presidente del Consiglio sale su un aereo per Bruxelles e veste ancora una volta i panni della mediatrice. Al Consiglio europeo straordinario convocato per affrontare il caso della Groenlandia e ridefinire i rapporti con gli Usa invita tutti alla prudenza. Incontra il tedesco Merz, siede accanto all’amica Mette Frederiksen, la premier danese nell’occhio del ciclone. Vero, Trump ha frenato sui dazi e ha annunciato entusiasta un accordo con la Nato per il controllo dell’isola artica. Non basta all’Europa riunita a conclave a Bruxelles che non si fida più della parola di “Donald”. Parte Macron con gli ormai iconici occhiali specchiati sul naso: «Dobbiamo restare vigili». Picchia duro Frederiksen mentre calca il tappeto scarlatto del Justus Lipsius: «Un anno fa abbiamo detto agli americani che potevamo ridiscutere il nostro accordo sulla difesa». Pausa. «Nel quadro della nostra sovranità». Tradotto: niente “cessioni territoriali” al governo americano. Le trattative sono ancora in corso. E l’uomo che ha in mano le redini dei negoziati è Mark Rutte: ha convinto lui il presidente americano che un accordo è possibile. Quale? Diritti di estrazione dei minerali e nuove postazioni missilistiche: sono le due grandi concessioni agli americani, riportate ieri da Bloomberg, che hanno smosso l’inamovibile Trump. Ma ce n’è una terza: nella revisione dell’accordo del ’51 fra Stati Uniti e Danimarca sulla Groenlandia sarà inserita una clausola che bloccherà gli investimenti di aziende cinesi e russe sull’isola. Una sorta di “golden power” che impedirà agli Stati “rivali” di Washington di mettere le mani su infrastrutture strategiche come basi e porti. Mentre si lavora dietro le quinte alla nascita di un “Comando militare artico” a guida americana, di cui faranno parte sette Stati della regione. Questi i termini dell’accordo. Scivoloso, come i pattini della diplomazia europea sulle lastre di ghiaccio groenlandesi.
L’Ue divisa
In seno al Consiglio l’Europa si mostra divisa sul da farsi. Uno ad uno i leader si esprimono sul “ciclone” Trump. Quando tocca a lei, Meloni traccia un quadro meno drammatico di tanti colleghi. La retromarcia del leader americano su Groenlandia e dazi, è il senso, era prevedibile: fa sempre così. Meglio allora evitare “scatti in avanti” — vedi il “bazooka anti-dazi” proposto da Macron e bocciato dall’Italia — e sedersi al tavolo per trattare con l’irruento commander-in-chief. Vale anche per il board di Gaza: l’Ue sta studiando una formula per aderire in un secondo momento senza sottoscrivere per intero il testo del controverso statuto vergato da Trump. Gli americani già pensano a un “Board per l’Ucraina” sotto la stessa leadership.
Si vedrà. Meloni abbandona il Consiglio convinta di aver fatto la sua parte per scongiurare il peggio. Tradisce un po’ di stanchezza dopo settimane sull’ottovolante e in uno stato whatsapp ringrazia in ritardo gli amici per gli auguri di compleanno: «Purtroppo per i tantissimi messaggi stavolta non riuscirò a rispondere. Perdonatemi, vi voglio bene».
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