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La Costituzione aperta sulla scrivania, alla sua destra, la ragazza che sbuca dalla prima pagina del giornale all’indomani della scelta tra monarchia e Repubblica del 2 giugno 1946 alla sua sinistra. Sergio Mattarella parla per quindici minuti, a reti unificate. In piedi, davanti alla sua scrivania nello studio alla Vetrata. E nel tradizionale messaggio di fine anno agli italiani, l’undicesimo, sfoglia le pagine dell’album dei primi ottant’anni della Repubblica. Un anniversario simbolico, che cadrà proprio nell’anno appena cominciato. E che serve al capo dello Stato per mandare una serie di messaggi sul presente e trarre una lezione di «fiducia» sul futuro. «La Repubblica siamo noi, ciascuno di noi», dice Mattarella. «Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia».
Le «coordinate»
Non lo è stato il terrorismo, «la notte della Repubblica», non lo è stata la mafia, ricorda.
Né ancor prima le macerie lasciate dalla seconda guerra mondiale che il Paese ha saputo lasciarsi alle spalle. E se lo ha fatto è stato anche grazie all’integrazione europea e all’Alleanza atlantica, da sempre «coordinate della nostra azione internazionale» che «anche oggi, come allora» – sottolinea – devono guidare l’Italia. È uno dei pochi accenni del discorso allo scenario internazionale, su cui del resto il capo dello Stato si era già lungamente soffermato nel messaggio agli ambasciatori qualche settimana fa. Insieme alla necessità della pace, il primo punto, il più urgente su cui il presidente si sofferma rivolgendosi agli italiani.
«È ripugnante – ammonisce con durezza – il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte». Ricorda il dramma di Gaza, «dove neonati al freddo muoiono assiderati», così come il perdurare del conflitto in Ucraina, con «la distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno». La pace, avverte, «è un modo di pensare». Parte da noi, da ognuno di noi. «Quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio».
Il messaggio ai giovani
Cita Leone XIV, il suo invito a «disarmare le parole». E rivolge un appello di questo tenore anche alla politica, facendo suo l’esempio dei costituenti che «di mattina discutevano e si contrapponevano sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale». È anche grazie a quello sforzo comune se, in qualche decennio, da «società con un basso livello di istruzione, con alti tassi di emigrazione», l’Italia è diventata «uno dei Paesi più forti nella manifattura e nell’esportazione».
Insomma: l’Italia della Repubblica, rimarca il presidente, è «una storia di successo di cui andare orgogliosi». Occorre allora «riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato»: eccola, «la premessa per poter guardare al futuro con fiducia e con rinnovato impegno comune». Molto resta da fare, certo. A cominciare dalla «piena parità» tra uomini e donne: un percorso «ancora in atto» che comincia proprio nel ‘46, con il primo voto femminile nella storia d’Italia e le tante donne elette per la prima volta alla Costituente. E poi i giovani, con le loro difficoltà. Che qualcuno «che vi giudica senza conoscervi davvero» descrive come «diffidenti, distaccati, arrabbiati». È a loro che il capo dello Stato si rivolge, nella conclusione del suo messaggio. «Non rassegnatevi», dice ai ragazzi e alle ragazze italiane Mattarella. «Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna».
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