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Mamma, il peluche mi parla. Così l’IA entra in cameretta


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Peluche che rispondono, robot che conversano, tablet che si comportano come chatbot. L’intelligenza artificiale nel 2026 entra direttamente nella cameretta dei bambini. E lo fa con oggetti rassicuranti, morbidi, colorati, apparentemente innocui. Un orsetto che racconta storie, una «carotina» che dialoga, un robot che riconosce comandi vocali, gesti, emozioni. Il giocattolo non è più solo un oggetto da toccare, montare, rompere, inventare. Diventa un’interfaccia. Ascolta, elabora, risponde. E spesso lo fa passando da app, microfoni, fotocamere, cloud e connessioni Wi-Fi.

I rischi

È il nuovo fronte degli smart toys, i giocattoli intelligenti che usano l’IA per adattarsi al bambino e rendere il gioco sempre più personalizzato. Il mercato globale vale già 15,7 miliardi di dollari quest’anno e, secondo le stime, può arrivare a 44 miliardi entro il 2033. Ma più cresce il mercato, più crescono le domande: che cosa registra un giocattolo quando ascolta un bambino? Dove finiscono le sue parole? Chi controlla le risposte? Il primo studio scientifico dedicato ai giocattoli con IA generativa nei primi anni di vita arriva dall’Università di Cambridge che ha testato un prototipo smart chiamato Gabbo. Il risultato è stato meno magico del previsto: il giocattolo faticava a seguire il gioco simbolico, rispondeva in modo letterale, perdeva il filo dell’immaginazione. E quando un bambino gli confidava tristezza o affetto, l’IA non sempre riusciva a restituire una risposta emotivamente adeguata. Il rischio, spiegano i ricercatori, è che sotto i cinque anni — quando il confine tra gioco, fantasia e relazione è ancora delicatissimo — il bambino possa attribuire al giocattolo intenzioni e sentimenti che non esistono. Gli esperti parlano di legami parasociali: relazioni a senso unico con sistemi che simulano empatia, ma non la provano. Se un peluche intelligente banalizza una paura, interpreta male un’emozione o non riconosce un disagio, il problema non è più tecnologico ma educativo e psicologico.

Oltre a questo si aggiunge il nodo dei dati. Molti IA toys funzionano spesso con microfoni, sensori, fotocamere, app companion e sistemi di archiviazione online. Alcuni promettono modalità offline, altri passano dal cloud per generare storie, risposte o contenuti personalizzati. Ma non sempre è chiaro che cosa venga raccolto e dove finisca. In Europa intanto il nuovo regolamento sulla sicurezza dei giocattoli è entrato in vigore il primo gennaio 2026 e introduce il passaporto digitale del prodotto, con informazioni più tracciabili su sicurezza e conformità. L’applicazione piena scatterà però dal 2030.

Nel frattempo restano già in vigore il Gdpr sulla protezione dei dati personali e l’AI Act, che vieta l’uso ai sistemi di manipolare i minori o sfruttarne le vulnerabilità.

Anche per questo il governo ha deciso di accendere i riflettori sull’educazione digitale dalla culla. Giovedì scorso a Palazzo Chigi è stata presentata la campagna «Non è mai troppo presto», rivolta ai neogenitori e promossa con Fondazione Pensiero Solido e Associazione Di.Te., Dipendenze Tecnologiche, Cyberbullismo e Hikikomori insieme al suo presidente Giuseppe Lavenia. Alla conferenza sono intervenuti, tra gli altri, il sottosegretario Alfredo Mantovano, il sottosegretario all’Informazione e all’Editoria Alberto Barachini, la ministra Eugenia Roccella e il ministro Orazio Schillaci.

Lo spot sarà diffuso per quindici giorni su Rai, radio e social, con 140 passaggi tv e l’obiettivo di raggiungere circa 50 milioni di contatti. Il messaggio è semplice: il digitale non comincia quando un ragazzo apre il primo profilo social. Comincia molto prima, quando un tablet viene usato per calmare un neonato. I dati Di.Te. -SIPEC lo spiegano bene: il 41,5% dei bambini tra 2 e 3 anni è già esposto agli schermi, il 24% ha un profilo social e l’81% usa dispositivi senza una reale supervisione adulta. Il punto non è quindi demonizzare smartphone, tablet o IA, ma capire chi governa il rapporto. Perché il «parental control», da solo, non basta. Può bloccare contenuti, impostare orari, limitare app. Ma non sostituisce un adulto presente. Da qui anche l’attenzione del governo ai disegni di legge fermi in Senato per limitare l’accesso dei minori ai social e l’ipotesi di un «patentino digitale» per ragazzi e genitori: un percorso di formazione obbligatoria (o semi) per imparare rischi, regole, privacy, algoritmi e responsabilità. Il modello evocato è quello australiano: dal dicembre 2025 sono le piattaforme social a dover impedire agli under 16 di creare o mantenere un account, con sanzioni pesanti in caso di violazione. La responsabilità, quindi, non ricade più solo sulle famiglie, ma anche su chi progetta gli ambienti digitali in cui i minori entrano ogni giorno.


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